Adozioni internazionali, Anna Torre: “I genitori pensino sempre prima al bene dei piccoli”

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C’è un amore vero, che dà invece di pretendere; un amore che parte dalla pancia, che unisce nello spirito più che nella carne. E’ un tipo di legame riservato a pochi perché è difficile, complesso e pieno di ostacoli e solo qualcuno è davvero in grado di farsene carico: l’adozione.

Un percorso lungo, nel quale non possono mancare momenti di sconforto ma, allo stesso tempo, fantastico. Un viaggio lungo una vita, in cui la priorità resta – deve restare – il benessere del più piccolo.

Anna Benedetta Torre, già membro del Comitato Permanente per la Pace ed i Diritti Umani della Regione Campania, è a capo di Ariete Onlus, associazione che dal ’93 si occupa di adozione internazionale attraverso la promozione di politiche orientate allo sviluppo della “civiltà dell’empatia”; obiettivo, la salvaguardia dei diritti dei minori in territori segnati da gravi disparità. Ospitata nel salotto del gruppo “Soli mai più” ideato da Amelia Focaccio, è lei stessa a raccontare quanto il suo lavoro sia impegnativo. Tace, invece, sulla soddisfazione che ne trae e che pure traspare tutta dai suoi occhi.

 

Anna-Torre
Anna Torre

La tutela dei diritti umani è una priorità sancita dalle Nazioni Unite e anche, in parte, dalla nostra Costituzione. Come opera Ariete in tal senso?

Le adozioni internazionali si rifanno alla Convenzione dell’Aja, che garantisce un sistema di protezione del minore e il suo diritto alla famiglia: noi facciamo questo, autorizzati dalla presidenza del Consiglio dei Ministri. Negli ultimi tempi si è ridotto il numero delle adozioni, passando da circa 4mila a un migliaio l’anno: questo dato sconvolge il nostro sistema e rattrista le famiglie adottive ma se volessimo rispondere veramente al diritto del minore dovremmo essere felici di questa riduzione: meno minori vanno in adozione, più vuol dire che il paese di origine si è attrezzato a risolvere le loro situazioni. A volte non siamo noi, è l’altro paese che decide di non procedere con questo sistema, perché a volte occorre ristrutturare i percorsi delle adozioni a causa di qualche “falla”.

 

Che vuol dire?

Vuol dire che qualcuno ‘ne approfitta’, il paese se ne rende conto e mette uno stop perché capisce che qualche minore non era realmente adottabile. L’Italia, in queste chiusure, rimane male perché, magari, alcuni genitori sono in attesa di un abbinamento da tempo e vedono svanire il loro sogno; invece si dovrebbe applaudire, perché significa che qualche bambino aveva la sua famiglia d’origine, non sarebbe stato giusto privargliene. Se il benessere del minore deve prevalere su ogni cosa, ben vengano queste chiusure.

 

La cronaca insegna che, presto o tardi, quasi sempre i genitori si trovano a fare i conti con la richiesta del figlio di conoscere le proprie origini. Voi li preparate anche a questa eventualità?

Certo, ogni figlio vuole saperlo. Se pensiamo che ci sono figli di madri che hanno partorito in anonimato che chiedono perfino sui social chi sia la propria madre, capiamo che è un bisogno insito in ognuno. Allora, mai non voglia che uno di questi piccoli, adottati a livello internazionale, scopra nel viaggio verso il suo paese che la sua famiglia lo abbia “trafficato”.

 

Qual è lo stato del welfare in Italia e, soprattutto, in Campania?

In Italia, bambini adottabili ce ne sono ma probabilmente non sono adottabili per le famiglie: non sono piccoli, vengono fuori da situazioni di degrado oppure sono stati abbandonati, magari, da donne extracomunitarie. Ci sarebbe un gran da fare in termini di lavoro culturale sulle coppie: passa il meccanismo “Faccio l’adozione perché non ho avuto figli”. Invece, va in adozione un bambino che una famiglia non ce l’ha: è il contrario. Infatti la coppia dichiara la propria disponibilità in Tribunale, che è come dire “sono qui per accogliere”. Il concetto da cui si deve partire è questo.

Nel caso, poi, delle adozioni internazionali occorre anche essere preparati verso qualcosa che è ‘diverso da sé’, a partire dal colore della pelle. Le famiglie vivono il percorso di valutazione come ‘invasivo’, quando è uno strumento utilissimo per affrontare il confronto successivo con il figlio.

 

Quali sono le sfide di oggi?

Ritengo che il sistema delle adozioni vada rivisto. Perché le famiglie sono cambiate: venti anni fa le persone si sposavano e lavoravano prima, oggi il nucleo familiare è diverso e lo spazio per l’adozione diminuisce. Le linee guida in Campania sono ferme al 2002, ma in 16 anni il Mondo stesso è diverso. Ad esempio, sono possibilista sull’apertura ai single, anzi mi faccio delle domande senza trincerarmi dietro alle ideologie: potremmo dare un futuro a qualche bimbo in più.

 

Ariete si occupa anche del sostegno a distanza. In che modo?

Premesso che la nostra politica non è orientata ad un singolo ragazzo ma ad una collettività, in Nepal forniamo loro il kit scolastico, li accompagniamo nel percorso di scolarizzazione; in Cambogia aiutiamo un ristorante di strada che ogni giorno accoglie 500 bambini che non sanno dove mangiare. Facciamo poco alla volta e per piccoli gruppi perché solo così possiamo controllare che tutto sia trasparente e finalizzato al bene.

 

Un’ultima domanda, da donna che ha a che fare con i piccoli ogni giorno. Come sarà il futuro, visto con gli occhi di un bambino?

 E’ così difficile dirlo! Un bambino oggi, secondo me, vede una società basata su interessi fasulli, su situazioni di principio. Cosa si fa davvero per i bambini? Pensiamo solo a Napoli, dove mancano addirittura spazi di aggregazione e politiche per loro. La verità è che i bambini non votano, non fanno lobby. Perciò non servono.

Ornella d'Anna Giornalista con un’insana passione per carta e penna, racchiude in sé tutte le contraddizioni delle donne: precisina e decisamente impulsiva, sa essere anche dolce (sforzandosi); a volte le piacerebbe tornare ai 15 anni, poi si guarda attorno e si scopre molto innamorata di ciò che ha: un marito stupendo, una figlia da strapazzare di baci e una famiglia fortissima. Adora le sue due gatte, i tramonti greci e la pasta poco cotta… ma odia le “minestre riscaldate”.

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