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Allontanata dall’aula per l’hijab: “Non mi era mai successo prima, sono sconvolta”

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Ha 25 anni ed è un avvocato, ma la laurea e la competenza non le sono bastate per essere ammessa nell’aula del tribunale ordinario di Bologna.

Asmae Belkafir,  praticante marocchina, è stata allontanata dall’aula perchè indossava il velo islamico. La giovane donna, così ha fatto sapere alla stampa, ha dovuto chiedere ad una collega di seguire l’udienza per cui si era presentata alla seconda sezione del Tar di Bologna, relativamente ad un ricorso per appalti.

Discriminata a causa dell’hijab

Si è ribellata al sistema del Tar di Bologna che le aveva chiesto di togliersi l’hijab dal capo per poter presenziare all’udienza come avvocato. Asmae si è rifiutata di togliere il velo ed ha diffuso la notizia ai media.

Il problema è stato sollevato per questioni culturali e non di legge. E’ a questo che la 25enne si è appellata. La solidarietà mediatica ha colpito la donna che ha ricevuto molti messaggi dal popolo del web e non solo. “Chi interviene o assiste all’udienza non può portare armi o bastoni e deve stare a capo scoperto e in silenzio“, era  scritto su un foglio in tribunale. Asmae, attraverso la divulgazione del suo caso, è stata poi riaccolta dai giudici che l’hanno ammessa con il velo, senza alcun problema.

All’agenzia di stampa Agi l’avvocato ha dichiarato: “Non mi era mai successo prima. Ho assistito a decine di udienze, anche qui al Tar e nessuno mi aveva mai chiesto di togliere il velo. Nemmeno al Consiglio di Stato anche perché non si può assolutamente parlare di problema di sicurezza visto che il velo tiene il volto scoperto e quindi sono perfettamente identificabile”.

Trasferitasi nel Modenese con la famiglia subito dopo la nascita, Asmae si è laureata pochi mesi fa in legge all’Università di Modena, con una tesi discussa su diritto e religioni. Praticante presso l’ufficio legale dell’Università, ha partecipato a diverse conferenze in alcuni atenei in Europa. L’udienza della discordia doveva essere per lei l’ennesima. Il 5 dicembre scorso aveva preso parte a un’altra seduta con lo stesso giudice che non le aveva detto nulla; quella mattina l’improvvisa richiesta l’ha infatti colta di sorpresa, tanto da farle ribadire: “La legge parla di volto coperto, non del capo. Nel mio caso, con il volto scoperto, l’identificazione era immediata e non vi era dunque alcun rischio per la sicurezza”.

 

Pina Stendardo Collaboratrice freelance presso diverse testate giornalistiche on line, insegue la cultura come meta cui ambire, la scrittura come strumento di conoscenza e introspezione. Si occupa di volontariato. Amante del cinema e della poesia, nel tempo libero si dedica alla recitazione. Estroversa e sognatrice, crede negli ideali che danno forma al sociale.

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