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Atti sessuali con minori: valida la testimonianza “de relato”

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In tema di atti sessuali con minori, la Terza sezione penale della Corte di Cassazione, con sentenza n. 1620 pubblicata il 18 gennaio 2016, ha rigettato il ricorso dell’imputato confermando la condanna a due anni di reclusione ( oltre al risarcimento del danno in favore delle parti civili) per aver condotto nella propria abitazione una bambina e averla indotta a spogliarsi, a mostrare il proprio organo sessuale e a toccare il suo.
Il motivo del ricorso è dato dal fatto che la principale fonte d’accusa dell’uomo si fondava esclusivamente su una testimonianza de relato cioè su una testimonianza indiretta, quella fornita, nel caso di specie, dalla nonna della bambina che per prima ha raccolto il suo sfogo insieme a un’amica, trovandosi nel parco attiguo alla di lui abitazione. Da allora la minore non ha più voluto parlare della vicenda, mostrando i segni tipici del disagio e della traumatizzazione, che successivamente sono stati oggetto di certificazione da parte della psicologa.
Secondo la Corte sono utilizzabili le deposizione de relato che abbiano ad oggetto le dichiarazioni rese dalla vittima dell’abuso ove quest’ultima non sia chiamata a deporre – come in questo caso in esame – al fine di evitare ulteriori traumi psicologici. D’altronde ove non sorgano dubbi sulla verità raccontata dal minore, non c’è alcuna norma che imponga l’esame diretto di quest’ultimo.
Lo stesso imputato, peraltro, non ne aveva sollecitato l’esame diretto, avendone egli facoltà come disposto dall’art. 195, comma 1c.p.p.. Pertanto non può dolersi della mancata audizione né il processo può considerarsi iniquo per l’utilizzo delle sole testimonianze indirette.

 

Atti sessuali “virtuali” con minori: è violenza carnale

 

La Suprema Corte, in una precedente sentenza (n. 16616/2015) aveva ribadito che anche le condotte “virtuali”, cioè poste in essere mediante comunicazione telematica, non possono essere considerate meno gravi per la sola assenza di contatto fisico con la vittima, soprattutto se si induce il minore a praticare autoerotismo per il proprio soddisfacimento nell’assistere.
Sebbene un atto sessuale virtuale con minorenne produca meno danni dal punto di vista strettamente fisico, non può dirsi altrettanto per quanto riguarda i danni alla psiche. Anzi, la violenza che arriva attraverso il computer può essere più subdola e pericolosa rispetto a quella a cui può essere esposto a scuola, per strada, in palestra, giacché in questi ultimi casi il minore è sotto la vigilanza di un adulto, che si allenta quando è nella propria stanza apparentemente al sicuro da insidie. Ecco, dunque, che la violenza o gli atti sessuali “virtuali” non sono meno gravi di quella reali.
D’altronde l’art. 609 quater del codice penale disciplina la violenza sessuale presunta, dettando una disciplina minuziosa in tema di atti sessuali con minorenni, volto a tutelare la libertà sessuale degli stessi, intesa essenzialmente come necessità di garantire la consapevolezza e la serietà delle scelte affettive e sessuali. Tale disposizione rileva quando l’atto sessuale non sia coartato con violenza, minaccia o abuso di autorità o con induzione e la vittima sia consenziente, ciò però non esclude una incapacità del minore a dare un consenso consapevole.

Luisa Minichiello Ironica, tenace, poliedrica. Con uno sguardo sempre volto a osservare ogni cosa da una diversa prospettiva, suggerita dalla sua perenne curiosità di riuscire a vedere oltre ciò che appare. Ama il Giappone, la lettura, la buona musica, gli occhi che hanno qualcosa da raccontare. Appassionata di psicodinamica e di grafologia. Ha maturato una propensione all’approfondimento di tematiche inerenti la criminologia e il diritto penale.

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