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Baby-gang a Napoli, il giudice Avallone: “Lo Stato offra opportunità”

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“Chiariamolo: cattivi non si nasce, si diventa”. Piero Avallone ne è convinto, mentre racconta le sue esperienze e si ferma a riflettere sulla escalation criminale degli ultimi tempi tra donne e più giovani. È giudice del Tribunale per i Minorenni – sezione Penale e di ragazzi segnati da vite al limite ne ha visti a migliaia. “Nel loro caso, spesso il problema è da ricercare in famiglia” – prosegue – “negli adulti, invece, le condizioni sociali che gli abbiamo offerto non sono dignitose”.

 

piero avallone
Piero Avallone

Giudice, domanda difficile: perché si diventa criminali?

 La devianza è sempre frutto di un disagio che, probabilmente, per i minori non è stata la famiglia capace di leggere, per gli altri la società non è stata capace di incanalare. È vero che nei quartieri di disagio c’è tanta gente onesta e l’onestà non fa rumore, però bisogna anche dire che il disagio nasce sempre in certi quartieri, in certe situazioni.

Esistono, nei quartieri cosiddetti ‘bene’, i “sepolcri imbiancati”, ma lì la situazione è diversa, lì c’è una povertà intellettuale basata sul Dio denaro che si estrinseca, come reazione alla solitudine perché i genitori pensano di esserlo mettendo 100 euro in tasca e dimenticando che con un figlio ci devi parlare.

 

Una sua riflessione sulla struttura penitenziaria.

Il nostro sistema carcerario ha un difetto di fondo: non ti fa lavorare. Il lavoro non deve essere un optional, la Costituzione ci dice che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, perciò credo che nelle carceri occorra insegnare che nulla cade dal cielo. Non si tratta di lavori forzati, ma di fare ciò che fanno tutti – sarà il pizzaiolo, l’elettricista o il falegname, qualunque cosa. Poiché la pena ha funzione rieducativa, al di là del dato punitivo e della reazione sociale, il sistema carcerario non agisce bene perché ha questa carenza di fondo. E poi, ma forse questa è fantascienza, andrebbero create situazioni diverse perché ci sono detenuti che hanno bisogno di una sicurezza estrema ma ci sono anche detenuti che possono avere una condizione meno afflittiva, che potrebbero essere messi in strutture più ‘aperte’; il che consentirebbe non solo di sfollare gli edifici carcerari ma garantirebbe anche trattamenti di natura diversa: per farlo, lo Stato dovrebbe investire.

 

Lei ha ribadito più volte il problema di uno Stato ‘poco attento’.

Sono un servitore dello Stato e credo in quello che faccio. Tuttavia, ci sono momenti in cui occorre fare chiarezza e dire cosa non funziona: se è più che giusto che vengano tagliati ‘i rami secchi’ e si combatta la corruzione, è anche vero che lo Stato non è un’azienda: quindi, deve sì evitare gli sprechi ma, su certe situazioni, deve investire. Anche laddove il risultato sarà minore dell’investimento fatto, perché questa è propulsione sociale: vale per il welfare, per i minori, per tutti quelli che sono entrati in un circuito di devianza e che noi dobbiamo tentare di recuperare in una vita normale.

 

Cosa pensa delle case famiglia?

 Anche lì, se giochiamo al ribasso, è chiaro che la qualità verrà meno. La casa famiglia è un’impresa, quindi offre un certo servizio se ha i mezzi per farlo. Detto questo, la faccenda è variegata: i Comuni non pagano o pagano in ritardo, e non si può tagliare tutto perché le professionalità vanno giustamente retribuite. Poi, abbiamo strutture che funzionano molto bene, altre non funzionano affatto. Sono situazioni che hanno chiari e scuri. C’è un errore macroscopico nella legge che prevede che i minori di area penale siano collocati in case famiglia insieme ai minori di area civile o amministrativa. Una sciocchezza che non ha eguali, perché si tratta di minori differenti: si trovano moltissime difficoltà a far capire ai dirigenti che è un’idiozia.

 

Il fenomeno delle baby-gang è in ascesa. Crede che i media influenzino i più giovani?

 Sulle baby – gang dico che scopriamo l’acqua calda: in fondo, “I ragazzi della via Pal”, ambientato nell’800 in Inghilterra, già parlava di questo. L’aggregazione tra ragazzi è normale: ora si tratta di vedere se si riesce a farli aggregare in cose sane o non sane. Qui torna il problema dello Stato, perché se in questi quartieri “di frontiera” ci fossero le scuole aperte anche di sera, gli scout, i teatri e quant’altro, avremmo ragazzi aggregati in modo sano. È ovvio che se, invece, li lasciamo per strada abbandonandoli la cosa più semplice che possa capitare è che comincino a prendersi a mazzate, o si tirino coltellate. Oggi c’è, però, sicuramente una spettacolarizzazione della violenza, perché siamo nella società dell’apparire: vali se ti si vede in tv o su Facebook o sui tanti media web.

 

Da cosa partire, nel prossimo futuro, per favorire il reinserimento dei minori e delle donne dopo l’esperienza del carcere?

Da due cose: dal bello e dalla speranza. Il bello, come dicevo prima, è far scoprire che esistono cose diverse. La speranza, ossia la possibilità di una vita migliore, inserendo chi si trova in una situazione di disagio in scuole che ti offrano qualcosa, in altri contesti. Per le donne, poi, è necessario educarle anche a considerarsi esseri umani, non ‘pezze da piedi’.

Ornella d'Anna Giornalista con un’insana passione per carta e penna, racchiude in sé tutte le contraddizioni delle donne: precisina e decisamente impulsiva, sa essere anche dolce (sforzandosi); a volte le piacerebbe tornare ai 15 anni, poi si guarda attorno e si scopre molto innamorata di ciò che ha: un marito stupendo, una figlia da strapazzare di baci e una famiglia fortissima. Adora le sue due gatte, i tramonti greci e la pasta poco cotta… ma odia le “minestre riscaldate”.

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