01 Rubinke
01 Bernulia
02 Bernulia
02  Nomad-Patterns
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Bernardelli, Marin, Rubinke: quando l’arte è donna (e nuova)

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“Lo scienziato non porta niente di nuovo. Inventa soltanto ciò che serve. L’artista scopre ciò che non serve. Porta il nuovo”. È così che lo scrittore austriaco Karl Kraus definisce l’artista ed è proprio questa ondata di novità ad aver acceso i riflettori su tre artiste molto diverse ma accomunate da un indubbio talento nel dare un significato inconsueto ad elementi semplici, trasformati con creatività.

LadyO vi presenta Giulia Bernadelli, Livia Marin, Maria Rubinke.

La mantovana Giulia Bernadelli, in arte Bernulia, su Instragram ha fatto conoscere il suo grande estro creativo con l’arte al caffè. La sua ispirazione trae le mosse da una semplice tazzina di caffè rovesciata dalla quale prendono forma storie fiabesche, volti di personaggi famosi, paesaggi, animali. Inusuale è anche la tecnica: non semplici pennelli ma un cucchiaino funge da strumento per trasformare il liquido marrone in un’opera d’arte. Laureatasi all’Accademia delle Belle Arti di Bologna, ha iniziato a sperimentare il suo potenziale utilizzando “ciò che la natura ha da offrire”, come lei stessa ha dichiarato. Infatti il suo estro creativo non si limita al caffè, ma coinvolge anche la frutta, il miele ed il cibo in generale, abilmente trasformato in incredibili creazioni.

Se nell’immaginario di Bernulia il protagonista è il caffè, per Livia Marin è la porcellana “liquida”. L’artista cilena, infatti, trae ispirazione da un servizio da tè Willow Pattern, il caratteristico modello decorativo delle porcellane importate in Inghilterra dalla Cina durante la seconda metà del XVIII secolo, in cui il colore di sfondo è sempre il bianco, mentre i colori di primo piano sono il blu, (il più comune) seguito dal rosa, verde, e marrone. La collezione, intitolata “Nomad Patterns”, si compone di 32 pezzi in cui vasi, teiere, tazzine, invece di rompersi in una miriade di frammenti, come ci si aspetterebbe da questo tipo di materiale, si sciolgono come neve al sole mantenendo stranamente intatto il decoro originale e dando l’impressione di fondersi con la superficie su cui stanno collassando. L’opera vuol raffigurare il legame che spesso si stabilisce con un oggetto di uso quotidiano e che si vuol conservare nonostante il suo disfacimento in seguito alla rottura, riparandolo o reinventandolo.

Decisamente singolare, per non dire bizzarra, è la danese Maria Rubinke. Con lei si trovano raccapriccianti sculture di porcellana che costituiscono una eccezione decorativa senza paragoni. Si tratta di bambini e bambine la cui purezza e innocenza, data dal bianco della porcellana e dalla pregiata rifinitura, è macchiata dal sangue. Arti recisi, teste mozzate o spaccate,  fori da colpi di arma da fuoco, il tutto autoinflitto con perversione e sadismo, o ancora teschi, serpenti, corvi che li circondano creando un disorientamento spettrale e un contrasto agghiacciante che colpisce con violenza lo spettatore. Sembrano usciti da un film horror. L’intento dell’artista è quello di rappresentare la parte ombrosa della psiche che cresce insieme all’individuo fin dall’infanzia, accompagnandolo anche nell’età adulta. Un messaggio di denuncia, dunque, che mira a prestare attenzione alle espressioni emotive che restano represse e che poi vengono fuori in modo cruento. Un’arte che spacca in due l’opinione dell’osservatore: se da una parte c’è chi la denigra e mai metterebbe in casa un oggetto simile, dall’altra invece c’è chi la adora e vorrebbe possederne uno a qualsiasi costo. Segno che la Rubinke è riuscita nel suo intento.

Luisa Minichiello Ironica, tenace, poliedrica. Con uno sguardo sempre volto a osservare ogni cosa da una diversa prospettiva, suggerita dalla sua perenne curiosità di riuscire a vedere oltre ciò che appare. Ama il Giappone, la lettura, la buona musica, gli occhi che hanno qualcosa da raccontare. Appassionata di psicodinamica e di grafologia. Ha maturato una propensione all’approfondimento di tematiche inerenti la criminologia e il diritto penale.

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