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Christen Brandt e il post che spopola sui social

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Sta facendo il giro del mondo il post di Christen Brandt, la ragazza che si è fatta fotografare con un parka e degli stivali scrivendo: “Questo è quello che indossavo stamattina mentre percorrevo la strada affollata della metropolitana e un uomo passandomi accanto mi ha detto: ‘Accidenti hai delle gran gambe’. Quando l’ho ignorato e ho continuato a camminare si è voltato per seguirmi: ‘Mi hai sentito tesoro? Ho detto che hai delle belle gambe. Dannazione. Grazie.’ Grazie. Come se la mia pelle nascosta sotto dei leggins supercoprenti fosse per lui. Un regalo avvolto in un collant marrone.”
E conclude: “La prossima volta che ti chiedi se la gonna è troppo corta, la prossima volta che ordinate a vostra figlia adolescente di cambiarsi, la prossima volta che sentite parlare di codice di abbigliamento a scuola, ricordate questa foto. Sono con un parka e degli stivali. E non ha importanza. Tutte le donne hanno questi momenti. Tutte noi. Eppure il mondo si comporta come se fossimo noi a dover risolvere il problema. Sono stufa”.
Quello contro cui la ragazza protesta è quella falsa convinzione che aleggia sempre intorno ai casi di violenza sulle donne, ovvero la convinzione che sia possibile prevenire.
Che l’essere oggetto di questi apprezzamenti invadenti e indesiderati, l’essere vittima di stupro possa essere una sorta di “punizione” per un abito che lascia scoperte le gambe o per una scollatura più generosa del solito.

 

La vittima è’ vittima: basta parlare di “prevenzione” della violenza

 

Ogni giorno, in ogni circostanza nella quale una donna si trova ad essere importunata, infastidita, violata sembra inevitabile quel «sì, però…» di chi, consapevolmente o meno, si trova dalla parte del «non ve la cercate».
Come se, davanti ad un’aggressione, una violenza psicologica e fisica qual è lo stupro, la vittima possa effettivamente avere qualche responsabilità.
Lo stupro sta diventando talmente comune e diffuso da dover ricordare costantemente alle donne che tale pericolo è sempre imminente? Che effettivamente le vittime potrebbero evitarlo? No.
Ecco cosa Christen Brandt ha voluto ricordare: esistono ed esisteranno donne violentate anche se con indosso un parka, dei jeans, una tuta, poco trucco sul viso.
E in quei casi cosa ci diciamo, cosa ci diremo? Che il semplice fatto di essere di sesso femminile è una provocazione? Un invito?
La verità è che chiunque giustifichi in qualsiasi modo o sminuisca la gravità di una molestia contribuisce a creare quel meccanismo di colpevolizzazione che investe la maggior parte delle donne vittime di violenza.
Essere donne, ad oggi, non è di certo più facile di quanto non lo sia stato in passato, ma qualcosa può e deve cambiare. Basterebbe per esempio non dimenticare mai che a sparire dovrebbero essere gli stupratori, non le minigonne.

Giulia Mirimich Amante della letteratura, aspirante giornalista con una passione smisurata per Parigi, i gatti e la pasticceria.

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