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Cos’è la scrittura autobiografica

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La scrittura di sé distanzia dal resto e questo sguardo interiore permette di riaffacciarsi al mondo con una maggior conoscenza di se stessi e quindi del mondo; perché consente di porre differenze fra il sentire proprio e quello dell’altro, permette di non attribuire all’esterno cose che appartengono al proprio modo di vedere e di essere.
Ma per farlo, bisogna aver coraggio di guardarci dentro: come dice Duccio Demetrio, bisogna aprire le porte chiuse che troviamo in noi e “farci visita spesso”.
Demetrio, filosofo che si occupa di scrittura autobiografica, ci parla dell’inquietudine come cura e farmaco; cura quindi non intesa come consolazione, ma come un’attenzione anche a ciò che non comprendiamo, alle emozioni perdute, per capire chi eravamo e chi siamo diventati.
Il coraggio per Duccio Demetrio è “passione di esistere senza ritegno”, quel coraggio che Hanna Arendt definisce come la capacità di essere ciò che si è verso il mondo.
A questo proposito, Freud ci dice che ciascuno di noi è un racconto, una storia da narrare, ognuno è la storia del proprio vissuto.
La narrazione di sé è il modo di porci all’altro, la postura, la mimica, tutto il non verbale che ci caratterizza e anche le parole che usiamo, le pause, quel che raccontiamo. Come conferma Oliver Sacks, l’essre umano ha bisogno di questo continuo racconto interiore per conservare la propria identità.
E per comprendere il presente, usiamo un processo che Freud rappresenta con tre parole chiave: Ricordare. Ripetere. Elaborare.
Ricordare il nostro progetto di vita, chi eravamo, cosa volevamo.
Ripetere, oggi, con gli occhi dell’esperienza intercorsa nel frattempo, quel racconto, quell’idea; nel farlo, ci rendiamo conto del cambiamento avvenuto in noi e di come la vita, richiedendoci adattamento e risorse, dolore e scoperte, è entrata in noi e anche attraverso la scelta dei vocaboli che utilizziamo per raccontarci, capiamo la differenza tra quel che eravamo e quel che siamo.
Elaborare quel che non siamo riusciti a realizzare, cioè dare un senso al nostro andare, al percorso evolutivo che abbiamo compiuto, apprendendo dall’esperienza e ricostruendo e rilanciando un nuovo progetto di vita.

 

Gruppi di scrittura autobiografica

 

Ritengo che la partecipazione a gruppi di scrittura autobiografica sia preferibile quando a condurre il gruppo è qualcuno con una formazione alla cura dell’altro. Perché la memoria, attraverso lo scrivere, è sorprendente, riattiva ricordi sepolti, illumina zone oscure e può riportare alla luce emozioni e immagini archiviate per il troppo dolore che evocano.
(Chi firma quest’articolo è conduttrice di gruppi di crescita personale, anche attraverso la scrittura autobiografica).
Un ascolto attento e un’accoglienza specifica alla sofferenza, in questi casi, è d’obbligo, perché le reazioni individuali sono molto diverse e imprevedibili, quando ci si trova di fronte a una propria esperienza passata messa da parte per la difficoltà di accettarla ed elaborarla.
Ma nel contempo, un gruppo guidato alla scrittura di pezzi di vita, riscopre mondi perduti ricchi di radici e insegnamenti; trova spiegazioni a dei perché, usufruisce di racconti di vita altrui che risuonano nel proprio sentire regalando condivisione, senso di appartenenza e nuovi modi di affrontare e toccare il dolore, la nostalgia, il senso di solitudine; ritrova e riaccende speranza. Rinnova sorrisi. Si riappropria di forze e calore.
Il gruppo dona contenimento, divide la sofferenza e raddoppia il sostegno.
I partecipanti ai gruppi spesso riferiscono di pensare a qualcosa, ma poi quando mettono la mano sul foglio e cominciano a scrivere, il ricordo cambia e viene fuori un’immagine, un’emozione dimenticata nel tempo.
La scrittrice Siri Hustvedt ha condotto gruppi di scrittura autobiografica in un reparto psichiatrico ospedaliero, scoprendo che pazienti con la memoria compromessa per motivi differenti, ripescano ricordi della propria vita soltanto attraverso la scrittura, come se l’atto dello scrivere attivasse un asse cognitivo/motorio separato dal ricordo orale.
Riattivare memoria di se stessi, quindi, rinforza la propria identità, favorisce l’avvicinamento ai propri desideri, facendo attingere alle proprie capacità di aprirsi all’altro, alle relazioni, alla vita.

Francesca Laccetti Psicologa - psicoterapeuta, musicoterapista. Lavora con le famiglie e conduce laboratori di crescita personale con forme d'arte. Ha studiato canto, disegna e ama leggere e scrivere. Considera essenziali passione e apertura al cambiamento, per vivere bene.

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