Diffamare attraverso Facebook è un reato (ancora più grave)

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“La diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso della bacheca Facebook integra un’ipotesi di diffamazione aggravata poiché ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone”. È quanto stabilito dalla Cassazione con una recente sentenza del 1 marzo 2016, n. 8328 rispondendo definitivamente a una domanda che spesso si è posta chi usufruisce del social network.
La vicenda ha visto coinvolto l’attuale presidente della Croce Rossa Italiana, Francesco Rocca, che nel periodo in cui ricopriva il ruolo di commissario straordinario della CRI, era stato bersaglio di alcune frasi offensive come “parassita del sistema clientelare”, “verme”, “mercenario ultra pagato” associandole a una sua immagine. Il dibattito, al cui interno erano state scritte queste parole lesive della sua reputazione, avrebbe dovuto riguardare scelte e iniziative da lui adottate, negli ultimi anni, nella qualità di amministratore del predetto ente, ma si era travalicato i limiti dell’ordinario diritto di critica, per sfociare in palesi offese al suo decoro personale. A riprova della sua tesi, l’imputato allegava una copia, da lui direttamente stampata, di alcune pagine contenenti le espressioni infamanti e provenienti dall’account di un componente in congedo del Corpo Militare della Croce Rossa Italiana.
Il reato di diffamazione, oltre che a mezzo stampa, può essere commesso anche a mezzo di internet sussistendo, in tal caso, l’ipotesi aggravata di cui all’art. 595 c.p. in quanto, essendo per sua natura destinato ad essere normalmente visitato in tempi assai ravvicinati da un numero indeterminato di soggetti, realizza la pubblicizzazione e la diffusione del commento tra un gruppo di persone, le quali attraverso facebook “socializzano le rispettive esperienze di vita, valorizzando in primo luogo il rapporto interpersonale”. Dunque, data la particolare diffusività del mezzo di comunicazione utilizzato la pena è aggravata.

 

 

Diritto di cronaca giornalistica: libertà di espressione o lesione del valore sociale?

 

 

La diffamazione, ledendo il valore sociale della persona cui è rivolta, costituisce un fatto di maggior gravità rispetto all’ingiuria in quanto avviene in assenza dell’offeso, precludendogli quindi la possibilità di difendersi. La tutela dell’onore, che trova il suo fondamento nell’art. 3 della Costituzione, deve però conciliarsi con la libertà di espressione di cui all’art. 21 della stessa Costituzione.
Il giornalista ha il potere-dovere di riportare i fatti di cronaca di cui è venuto a conoscenza, in modo che il pubblico ne sia messo al corrente e possa formarsi una propria opinione in merito. Nel riferire gli avvenimenti a volte si può offendere la reputazione della persona o delle persone coinvolte, tanto che si potrebbe pensare che sussistano i presupposti del reato di diffamazione.
Invero, l’esercizio del diritto di cronaca integra gli estremi di una causa di giustificazione, rendendolo lecito. La Cassazione in merito ha stabilito che tale esercizio non costituisce reato purché siano rispettati alcune condizioni: “che la notizia pubblicata sia vera; che esista un interesse pubblico alla sua divulgazione; che l’informazione sia esposta in maniera obiettiva, serena e con un linguaggio necessariamente corretto e di per sé non offensivo”.

Luisa Minichiello Ironica, tenace, poliedrica. Con uno sguardo sempre volto a osservare ogni cosa da una diversa prospettiva, suggerita dalla sua perenne curiosità di riuscire a vedere oltre ciò che appare. Ama il Giappone, la lettura, la buona musica, gli occhi che hanno qualcosa da raccontare. Appassionata di psicodinamica e di grafologia. Ha maturato una propensione all’approfondimento di tematiche inerenti la criminologia e il diritto penale.

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