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Diritto all’aborto non garantito, Consiglio d’Europa contro l’Italia

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Il Consiglio d’Europa si è pronunciato in senso negativo nei confronti dell’Italia, in seguito alla denuncia presentata dalla Cgil a causa delle notevoli differenze, nelle strutture pubbliche, per quanto riguarda l’accesso all’aborto tra le varie province e altri enti e anche tra medici obiettori e non.
In particolare “la Cgil ha fornito un ampio numero di prove che dimostrano come il personale medico non obiettore affronti svantaggi diretti e indiretti, in termini di carico di lavoro, distribuzione degli incarichi, opportunità di carriera”. L’elevato numero di medici obiettori impedisce la piena attuazione della legge e le misure messe in atto dagli ospedali interessati e le iniziative adottate dalle autorità regionali sono insufficienti e non idonee a garantire il raggiungimento degli obiettivi della legge n. 194 in materia di interruzioni di gravidanza. Questa situazione non garantirebbe l’accesso effettivo alle procedure di aborto in Italia e, così facendo, mina il diritto delle donne alla tutela della loro salute, costringendole a spostarsi in altre strutture sanitarie, in Italia o all’estero, o ad interrompere la gravidanza senza il supporto o il controllo delle autorità sanitarie competenti.
La Commissione ha ritenuto che non ci sia alcuna giustificazione di ordine pubblico per questa differenza di trattamento tra medici obiettori e non, vi è pertanto, una discriminazione e una violazione dell’art. E in combinato disposto dell’art. 11 della Carta (relativa al diritto alla salute) che nasce esclusivamente dall’inadeguata applicazione della legge n.194/1978.

 

Aborto clandestino, a farne le spese sono le donne

 

A seguito dell’emanazione del decreto legislativo n. 7 e 8 del 15 gennaio 2016 con il quale è stata prevista una serie di depenalizzazioni – trasformando molti reati per i quali era prevista una multa o ammenda, in illeciti civili o amministrativi – anche il reato di aborto clandestino è venuto meno, ma ne è stata aumentata esponenzialmente la sanzione.
La legge n.194 prevedeva una multa di 51 euro per chi abortisse oltre il termine di 90 giorni o anche se nei termini fuori dalle strutture pubbliche, permettendo alle donne che avessero avuto complicazioni dopo l’intervento di recarsi in ospedale e di denunciare chi praticava clandestinamente l’aborto. Il decreto ha aumentato la sanzione da un minimo di 5 mila a un massimo di 10 mila euro con conseguenti rischi per la salute delle donne, che qualora avessero complicazioni post operazione si guarderanno dal rivolgersi ad una struttura pubblica.
Un passo indietro, dunque, rispetto alla legge 194 motivo per cui ginecologhe/i e ostetriche/i hanno creato una petizione da inviare al Ministro della salute per eliminare questa sanzione in quanto favorirebbe il ricorso a pratiche clandestine.

Luisa Minichiello Ironica, tenace, poliedrica. Con uno sguardo sempre volto a osservare ogni cosa da una diversa prospettiva, suggerita dalla sua perenne curiosità di riuscire a vedere oltre ciò che appare. Ama il Giappone, la lettura, la buona musica, gli occhi che hanno qualcosa da raccontare. Appassionata di psicodinamica e di grafologia. Ha maturato una propensione all’approfondimento di tematiche inerenti la criminologia e il diritto penale.

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