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Divieto di avvicinamento alla persona offesa e di comunicazione

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Con il DL n. 11 del 2009, il cd. “Decreto sicurezza” , in materia di misure di contrasto alla violenza sessuale e stalking,  è stato introdotto nel codice di procedura penale tutto un sistema di sanzioni a tutela della vittima degli atti persecutori.
In particolare è entrato a fare parte dell’ordinamento il divieto di avvicinamento a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa oppure l’obbligo del mantenimento di una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa (art 282 ter c.p.c.).  L’applicazione di tali misure è frequente nelle ipotesi di integrazione del reato di cui all’art. 612-bis c.p., cd. stalking,  che si concretizza in una serie ripetuta di atti minacciosi o molesti che cagionano alla vittima un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero ingenerano un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero costringono lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.
Un tipo di atti persecutori giuridicamente rilevanti  possono considerarsi quelli che confluiscono nell’insieme delle modalità commissive che infine si realizzano nel costante pedinamento della vittima, il quale spesso si evolve in atteggiamenti minacciosi ed intimidatori anche in assenza di contatto fisico diretto con la persona offesa ma che dalla stessa sono percepibili e che incidono sul suo stile di vita e sulla sua sfera emozionale.

 

Qual è il limite del divieto?

 

In via generale si presuppone che la norma vada contestualizzata ed interpretata a seconda del caso concreto di volta in volta posto all’attenzione dei giudici, pertanto un limite oggettivo non è stato codificato. La giurisprudenza però ha cercato di individuare un insieme di caratteristiche che le misure cautelari devono possedere affinché le esigenze di cautela sottese alla norma siano conciliabili con i diritti e le necessità della persona cui le misure sono imposte (che, per quanto possa essere colpevole, non cessa di essere un soggetto di diritto tutelato nei suoi diritti fondamentali dall’ordinamento giuridico), sotto un duplice profilo: a) quello di determinare una compressione della libertà di movimento dell’onerato nella misura strettamente necessaria alla tutela della vittima; b) quella di assicurare una sufficiente determinatezza della misura, affinché sia ben chiaro all’obbligato quali comportamenti deve tenere e sia eseguibile il controllo sulla corretta osservanza delle prescrizioni a lui imposte.
Ma  quasi mai, le due esigenze possono trovare un giusto equilibrio, finendo sempre per realizzarsi una situazione di maggiore disagio e limitazione della propria vita per una delle parti . L’opinione pubblica tenderebbe a prediligere una maggiore compressione della libertà dello stalker, in virtù di un senso di giustizia sociale.
Ebbene se si ponesse l’attenzione sull’ elemento legato al complesso di sensazioni negative indotte nella vittima si potrebbe ben giungere ad estreme ipotesi quali il divieto per il persecutore di rivolgerle la parola o lo sguardo. Ma è veramente possibile?

 

La sentenza della Cassazione

 

Questo è il caso posto all’esame della Suprema Corte, che, con la sentenza n. 56644 del marzo 2015, ha deciso sul ricorso di un uomo al quale era stata applicata la misura cautelare del divieto di avvicinamento ed il quale lamentava la lesione al suo diritto di difesa nonchè l’insussistenza delle ragioni oggettive per l’applicazione della misura in quanto da tempo non si avvicinava alla vittima.

La Cassazione da tempo mantiene un orientamento altilenante in materia e barcolla tra la necessaria determinatezza o determinabilità delle prescrizioni sanzionatorie e dell’ elemento oggettivo e la intrinseca genericità (per impossibilità oggettiva di categorizzazione) insita nella materia di cui si tratta, nell’unico sforzo di trovare quel giusto equilibrio tra le esigenze dei soggetti sopra menzionato. La Corte rileva <<che un provvedimento che si limiti a parlare, genericamente, di “luoghi frequentati dalla persona offesa”, oltre a “non rispettare il contenuto legale, appare strutturato in maniera del tutto generica, imponendo una condotta di non facere indeterminata rispetto ai luoghi, la cui individuazione finisce per essere di fatto rimessa alla persona offesa>>, in secondo luogo, evidenzia altresì che << Proprio per ovviare a questo tipo di “persecuzione” sono state previste, dal legislatore, con l’art. 282 ter cod. proc. pen, le particolari misure del divieto di “avvicinamento” alla persona offesa, nonché quello di mantenere una determinata distanza dalla persona suddetta e il divieto di comunicazione. La norma, in altre parole, viene incontro all’esigenza di consentire alla persona offesa il completo svolgimento della propria vita lavorativa e sociale in condizioni di serenità e di sicurezza>>.

A conclusione del ragionamento, la Corte ha statuito che, invece,  <<il divieto di avvicinamento alla persona offesa e il divieto di comunicazione, ovvero quello di tenere una determinata distanza da lei, non hanno un contenuto generico indeterminato, come talvolta si è sostenuto, perché rimandano ad un comportamento specifico, chiaramente individuabile: quello di non ricercare contatti, di qualsiasi natura, con la persona offesa; e quindi di non avvicinarsi fisicamente alla persona suddetta, di non rivolgersi a lei con la parola o con lo scritto, di non telefonarle, di non inviarle SMS, di non guardarla (quando lo sguardo assume la funzione di esprimere sentimenti e stati d’animo): insomma, di non fare tutto ciò che lo “stalker” è solito fare e che i soggetti appartenenti alla detta categoria comprendono benissimo. Peraltro, la sfera di libertà del reo non è affatto compressa, con le misure suddette, in maniera indefinita o eccessiva, ma solo nella misura strettamente necessaria alla tutela della vittima, poiché si risolve nel rapporto interpersonale tra due soggetti; e quindi rappresenta la misura di minima invadenza, alternativa ad altre, pure previste dall’ordinamento (anche per far fronte alle situazioni contemplate dall’art. 612.bis cod. pen.), che agiscono direttamente sulla persona e sulla sua libertà di locomozione.>>

Dunque, l’art. 282 ter cod. proc. pen. <<ha assunto una dimensione articolata in più fattispecie applicative, graduate in base alle esigenze di cautela del caso concreto. Laddove , ed è situazione come si è detto ricorrente per il reato di cui all’art. 612 bis cod. pen., la condotta oggetto della temuta reiterazione abbia i connotati della persistente ed invasiva ricerca di contatto con la vittima in qualsiasi luogo in cui la stessa si trovi, è prevista la possibilità di individuare la stessa persona offesa, e non i luoghi da essa frequentati, come riferimento centrale del divieto di avvicinamento. Ed in tal caso diviene irrilevante l’individuazione di luoghi di abituale frequentazione della vittima>> ma sicuramente più idoneo individuare i comportamenti che ledono la sua sfera personale e limitarne la realizzazione.

Diana Ferrara Ama le lingue e i viaggi “on the road” auto-organizzarti, alla scoperta dei piccoli gioielli del Mondo. Sogna di diventare magistrato. Nel frattempo, si divide tra la frenesia della città e la casa in campagna, nella quale si rilassa con un buon libro tra gli alberi da frutta.

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