0

Donne e pubblicità: solo il 2% degli spot le mostra intelligenti e capaci

0
0


Ogni giorno siamo raggiunti da decine di spot e pubblicità, ma solo il 2% di questi mostra donne intelligenti, alle prese con attività in cui mettano in gioco le proprie reali capacità. A dirlo è uno studio voluto da Unilever, una della più grandi multinazionali a capo di importanti brand, dal beauty all’alimentare.

Se alcuni prodotti (si pensi agli integratori per la palestra o ai solari) si prestano, infatti, più facilmente a giocare su immagini stereotipate e su “ruoli” maschili e femminili, dei luoghi comuni all’interno dell’advertising sembrano vittime soprattutto le donne. Stando ai risultati della ricerca, per esempio, le donne raramente sono rappresentate in posizioni autoritarie: solo nel 3% degli annunci pubblicitari ci sono donne manager o in ruoli da leader, mentre il numero di donne alle prese esclusivamente con le faccende domestiche negli spot avanza di gran lunga quello reale. Per non parlare del “caratterino” che la pubblicità dipinge come tipico delle donne, austere e schizzinose nella maggior parte dei casi, mentre solo nell’1% degli spot presi in considerazione appaiono brillanti e divertenti. Il risultato? È che almeno il 40% dell’audience femminile dice di non identificarsi con l’immagine veicolata dalla pubblicità.

 

Via le immagini e gli stereotipi sessisti: la sfida della multinazionale

 

Un peccato, sottolinea uno degli Chief Marketing Officer di Unilever, se si considera che “come aziende spendiamo miliardi di dollari ogni anno per orientare le percezioni dei consumatori. Dovremmo sfruttare questo ‘potere’ in maniera positiva”. Per questo, per esempio, la multinazionale si è impegnata di recente a eliminare gli stereotipi sessisti dalle pubblicità dei sui prodotti, promuovendo ritratti più “autentici e tridimensionali” delle donne e dando spazio alle loro “aspirazioni e ai loro obiettivi di più ampio respiro”. Mentre i media più tradizionali soprattutto si ostinano a veicolare così identità di genere stereotipate e agée, insomma, in alcuni spot dei brand di casa Unilever scompaiono donne appena uscite dal parrucchiere che passano, sorridono e nient’altro e ragazze che lasciano una scia profumata e acchiappa uomini, lasciando il posto per esempio al primo transgender indiano protagonista di una campagna pubblicitaria per una varietà di tè.

Si tratta di piccoli passi, ma importanti. “I media sono l’unica industria attraverso cui possiamo, letteralmente, dipingere il mondo come lo vorremmo -ha spiegato, infatti, al Guardian Madeline Di Nonno, responsabile del Geena Davis Institute on Gender in Media- Uno spot di 30 secondi può impressionarci a vita. La pubblicità come mezzo di narrazione non è meno importante dei programmi televisivi, per questo crediamo che possa avere un ruolo fondamentale nel trainare l’industria dei contenuti a imbracciare il cambiamento”.

Virginia Dara Siciliana di nascita, milanese e ora un po' romana di adozione. Le piace pensare di essere i libri che ha letto, la musica che ha ascoltato, i posti in cui ha vissuto, le persone che ha incontrato. Blogger da sempre e da anni collaboratrice freelance presso diverse testate online. Crede profondamente nel potere curativo della scrittura (e spera di poterne anche vivere!).

LASCIA UN COMMENTO

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *