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EllaOne: la pillola dei cinque giorni dopo e il diritto all’aborto

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Si chiama EllaOne ma è generalmente nota come pillola dei cinque giorni dopo. Fino a pochi anni fa, quando si voleva intervenire per evitare una gravidanza indesiderata in seguito ad un rapporto non protetto, l’unica possibilità era quella di assumere la pillola del giorno dopo, venduta soltanto presentando l’apposita prescrizione medica.
Ma in Italia, nonostante la notizia non sia stata ampiamente diffusa, dall’8 novembre 2011 è stata autorizzata la vendita anche di questa compressa a base di ulipristal, principio attivo responsabile dell’azione contraccettiva e quindi in grado di impedire l’instaurarsi della gravidanza, purché assunta entro le 120 ore successive al rapporto sessuale. C’è di più: dall’8 maggio 2015 se si è maggiorenni è possibile acquistare EllaOne in farmacia senza ricetta medica. Proprio come già accadeva in tutti gli altri paesi dell’Unione Europea.
In realtà però, secondo le associazioni farmacisti che più attive e note in Italia, arriverebbero continue segnalazioni da parte di donne che si vedono negare la compressa di ulipristal dai farmacisti, i quali adducono le scuse più disparate. C’è chi nega di averla in farmacia, chi si rifiuta di venderla perché obiettore di coscienza, chi vuole necessariamente la ricetta del medico pur non essendo necessaria.

 

EllaOne: obiettori in rivolta ma non è pillola abortiva

Eppure, come riporta chiaramente il bugiardino, la pillola dei cinque giorni dopo non è un farmaco abortivo. I farmacisti quindi, anche se obiettori di coscienza, non possono opporsi alla sua vendita né alla sua assunzione se di fronte hanno una donna maggiorenne.
Per le minorenni ovviamente è necessaria la ricetta apposita, che può essere richiesta e rilasciata dal proprio medico di base, presso un consultorio, ma anche dai medici di un pronto soccorso, guardie mediche o ginecologi privati.

 

Woman on Web, l’associazione che invia a casa la pillola abortiva

Dunque molto spesso, nonostante si abbia la fortuna di vivere in un paese dove l’aborto è considerato legale – non dopo aver duramente lottato per ottenere questo diritto – le donne si trovano a dover fare i conti con chi non riesce ancora a concepire l’idea che la decisione di portare o meno avanti una gravidanza riguardi esclusivamente la singola persona chiamata in causa. Eppure non bisogna andare troppo indietro nel tempo per rispolverare le esperienze delle tante donne morte in seguito ad aborti clandestini mal praticati. Anzi, è sufficiente guardare alla realtà di quei paesi in cui di fatto non c’è alcuna alternativa. Proprio per questo sono nate iniziative come quella di Woman on Web, un’organizzazione che vende ed invia pillole abortive in quei paesi nei quali la loro assunzione è considerata ancora illegale. La sua fondatrice è una ginecologa, Rebecca Gomperts, di quarantotto anni, che ha iniziato la sua battaglia a favore degli abortivi nel 2001, portando le donne su una nave, in acque internazionali, per poter far assumere loro le pillole e permettergli di interrompere la gravidanza.
Il sito, il cui ufficio ha sede ad Amsterdam, permette di acquistare ciò che occorre per abortire attraverso la semplice e discreta compilazione di un questionario. Non sono richiesti certificati medici, ecografie o esami di alcun tipo. Dopodiché vengono inviati all’utente due farmaci, il misoprostolo, che fa contrarre l’utero, e l’RU486 o mifepristone. La cosa davvero straordinaria è che i due farmaci non hanno un costo fisso: si può fare una donazione libera a seconda delle proprie possibilità ma, qualora esse fossero estremamente ridotte, il sito invierà comunque l’ordine. Sono circa ottomila le donne che consultano Women on Web, la maggior parte delle quali vive proprio nei paesi dove abortire è illegale o inaccessibile.  La Gomperts spiega che il suo punto di vista è in primis sanitario: ricorrere alla pillola abortiva è certamente più sicuro – non si rischiano lesioni gravi o morte – ma ciò non significa incoraggiare le donne ad abortire, bensì dare loro una scelta. Perché se una donna non vuole portare avanti una gravidanza non deve essere costretta a farlo.

Giulia Mirimich Amante della letteratura, aspirante giornalista con una passione smisurata per Parigi, i gatti e la pasticceria.

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