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Emma Fenu dà voce alle donne: “Vite di madri. Storie di ordinaria anormalità”

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Emma Fenu è una scrittrice che si impegna per e con le donne: gestisce infatti, assieme a delle collaboratrici, un salotto virtuale su Facebook dedicato alla lettura (“Letteratura al femminile”, da cui è nata un’antologia al femminile: leggi qui! , ndr). Ma è al mondo della narrativa che guarda ora: il suo primo scritto Vite di madri. Storie di ordinaria anormalità (Echos Edizioni) è un romanzo – i proventi saranno devoluti all’associazione A.P.E. Onlus (Associazione Progetto Endometriosi) – che si articola attraverso dodici storie di donne, legate fra loro non solo dal filo dell’infertilità, ma da una serie di vissuti legati alla femminilità come malattie, abusi e violenze (…). Ladyo l’ha incontrata. Ecco cosa ci ha svelato:

 

Nella presentazione scrivi “L’autrice, anch’essa infertile, si è cimentata nella raccolta di testimonianze vere, ricevute tramite e-mail”: quale percorso ti ha portata alla genesi di questo libro?

Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità è nato con l’intento di scrivere la mia personale esperienza di donna affetta da endometriosi e figlia di una donna con la medesima patologia. Il mio primo intento era mettere  in luce non solo gli aspetti più duri della malattia, ma l’intero percorso che essa delinea: gioie, dolori e nuove prospettive d’indagine sulla vita e sulla femminilità.

Poi, però, ho notato che molte fra coloro che affrontavano come me l’infertilità, spesso avevano alle spalle storie familiari complesse; ho, dunque, lanciato vari appelli sui forum a tema e ho ricevuto, in un lasso di tempo brevissimo, ben 151 storie di donne che hanno scelto di donarmi un pezzo della propria vita, riponendo in me fiducia e affetto.

 

Come hai vissuto, con tuo marito, la malattia, e come avete organizzato la vostra vita senza figli?

In realtà i mariti sono due, in quanto sono divorziata e risposata.

Durante il primo matrimonio, essendo più giovane, ho sofferto estremamente in una battaglia, che mi vedeva sempre perdente, contro una nemica senza nome: tutt’ora la mia è definita infertilità sine causa, in quanto l’endometriosi non pare essere estesa al punto da compromettere una gravidanza.

Inizialmente ho pensato che non avrei mai potuto tollerare una simile “mutilazione” e che avrei fatto qualunque cosa per avere un figlio. Il mio matrimonio è finito, tuttavia, non per l’assenza di figli: se fossero arrivati, avrebbero posticipato un destino già segnato.

Con il mio attuale marito le dinamiche sono molto diverse poiché io ho elaborato la mia condizione, che è nostra: desideriamo un figlio, ma siamo felici e ci sentiamo una famiglia senza mancanze da colmare, ma con molto da voler dare e ricevere, anche oltre la genitorialità.

 

A proposito di maternità, cosa ne pensi dell’adozione? E sulle coppie gay?

L’adozione è un percorso meraviglioso, duro, ma che premia senza riserve e che conosco, indirettamente, molto da vicino, al punto di scriverne in Vite di Madri. Riguardo alle coppie gay, la questione è molto spinosa: personalmente, vivendo in Danimarca, conosco famiglie di omosessuali che hanno adottato e vedo i loro pargoli felici, sereni ed amati, poiché la famiglia, a mio avviso, è dove si è al sicuro, al di là di ogni modello tradizionale.

Tuttavia, ammetto umilmente di non aver competenze specifiche in psicologia infantile e di non essere sufficientemente edotta sui vari studi condotti sugli adolescenti figli di coppie gay.

Il bene dei bambini è prioritario, bisogna interrogarsi a fondo e non lasciarsi guidare solo da ideali, ma accettare il confronto per trovare la soluzione migliore per i più piccoli.

 

Tornando al libro, nella presentazione affermi che “L’obiettivo principale delle protagoniste è essere lette, anzi ascoltate e capite, non in qualità di vittime, ma di vincitrici”. Perché?

In Vite di Madri, a volte il mio riferimento all’infertilità è appena accennato, per lasciare spazio ad altre tematiche, quali la violenza, la depressione post partum, il conflitto con i genitori, la malattia, l’abbandono. Il tema guida è il lato oscuro della maternità, la quale non sempre corrisponde ad un’immagine edulcorata e stereotipata, ma, a volte, è un’esperienza difficile e perfino negata.

Preciso, tuttavia, che non tutte le donne vivono situazioni così dolorose ed estreme, come figlie e come madri, ma che tale minoranza esiste e non vive in un mondo intangibile.

 

Quali feedback hai ricevuto dalla critica, dai lettori e lettrici, familiari, amici, ecc…?

Finora ho ricevuto tanto sostegno, stima e affetto sia come autrice che come donna, anche da parte di persone che ho avuto l’onore di conoscere solo virtualmente e poi sono divenute amiche. Sono comunque pronta al civile ed educato confronto: scrivere è mettersi in gioco, nella consapevolezza che bisogna cogliere le critiche costruttive, con gratitudine e modestia, e tralasciare quelle che si ritengono infondate o poco pertinenti, senza rancore.

 

Quale ruolo ha avuto la scrittura nell’elaborazione di questo tuo vissuto negativo?

Sicuramente la scrittura ha un potere terapeutico: stilare la propria storia può essere doloroso, ma funzionale ad una rinascita. La vita è preziosa e bella, per capirlo non è necessario voltare il viso davanti al dolore altrui o ingurgitare il proprio, ma trovare in esso le radici del riscatto e della speranza: nulla è più pericoloso e temibile di ciò che si ignora.

 

Come hai in mente di promuovere il libro?

Mi propongo di creare eventi non limitati solo al mio libro, ma che spazino negli ambiti medico-sanitari, antropologici e culturali, al fine di creare coesione e condivisione sul tema della maternità in tutte le sue sfumature e accezioni. Naturalmente non mancheranno intime presentazioni, anche a teatro, in cui poter interagire con il pubblico, in un’atmosfera di complicità e “sorellanza” non preclusa agli uomini, anzi! E non mancherò di frequentare, come ogni giorno, siti web, blog e gruppi Facebook che ho ideato o che ho l’onore di amministrare, al fine di promuovere l’interazione fra scrittori emergenti e lettori.

 

La tua vita, ora, si concentra a Copenaghen: hai notato differenze nella percezione della maternità (e di conseguenza la femminilità) tra l’Italia e dove ti trovi ora?

Le mamme danesi sono molto affettuose, ma stimolano fin da subito l’autonomia del proprio bambino; godono di ottima tutela da parte dello Stato; l’accudimento dei figli è equamente diviso fra donne e uomini e il sessismo è davvero un problema marginale. L’infertilità non è un tabù e la società tende a rispettare molto la privacy delle coppie, nello specifico la decisione o meno di procreare, e con quali modalità.

 

Un messaggio per le lettrici di Ladyo:

Siate fiere della vostra femminilità: non importa se non potete, o non volete, concepire bambini, siete comunque donne forti nella dolcezza, coraggiose nell’accoglienza, capaci di creare dal nulla, grazie alla vostra fecondità insita nella storia del vostro DNA. Se avrete voglia di leggere Vite di Madri, fatelo per calarvi in un mondo duro e spietato, ma che riserva, nell’ombra, sempre l’accenno di un sorriso, basta essere pronti a scorgerlo.

Emanuela Zanardini Studia lettere in università e lavora con i bambini. Ama leggere e viaggiare per il mondo, anche se considera come "casa" sua l'Inghilterra, dove sogna di potersi trasferire in futuro.

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