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Fecondazione assistita: la Corte Costituzionale contro la legge 40/2004

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Il diritto all’ autodeterminazione del singolo viene garantito dalla nostra Costituzione attraverso l’articolo 32. E’ oggi infatti principio pacifico e ampiamente riconosciuto che nessun trattamento sanitario possa essere compiuto o proseguito senza il previo ed esplicito consenso dell’interessato.  Sulla base di tale principio e di tale diritto inviolabile, è stata sollevata la questione di legittimità costituzionale in relazione alla legge 40 del 2004 in materia di procreazione assistita.
Non è la prima volta che la legge è sottoposta al vaglio di costituzionalità. Già nel 2012 la Corte Europea di Strasburgo aveva condannato l’Italia per violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo evidenziando l’«incoerenza» del nostro sistema che da un lato vieta alla coppia fertile ma portatrice di una malattia geneticamente trasmissibile di ricorrere alla diagnosi preimpianto, e dall’altro, con la legge 194 sull’aborto, le permette l’aborto terapeutico nel caso il feto sia affetto dalla stessa patologia.

Il caso

Veniva sollevata innanzi al Tribunale di Roma l’eccezione di costituzionalità da parte di una coppia che si era vista negare l’accesso alla procreazione assistita e la diagnosi reimpianto dal Centro per la tutela della Salute della donna e del bambino dell’Ospedale Sant’Anna in quanto la coppia era fertile e la donna era portatrice sana di distrofia muscolare di Becker .
I magistrati, nell’ordinanza che accoglieva l’eccezione, sottolineavano che il diritto della coppia ad «avere un figlio sano» ed il diritto di autodeterminazione nelle scelte procreative sono «inviolabili e costituzionalmente tutelati». «Il diritto alla procreazione sarebbe irrimediabilmente leso dalla limitazione del ricorso alle tecniche di procreazione assistita da parte di coppie che, pur non sterili o infertili, rischiano però concretamente di procreare figli affetti da gravi malattie, a causa di patologie geneticamente trasmissibili, di cui sono portatori – si legge ancora nell’ordinanza -.
Tale limite rappresenta un’ingerenza indebita nella vita di coppia che appare in contrasto con l’articolo 2 della Costituzione, che tutela i diritti inviolabili. Il giudice precisa come la legge 40 contrasta anche con il principio costituzionale di uguaglianza (art 3), vista la «discriminazione» delle coppie fertili portatrici di malattia geneticamente trasmissibile, rispetto a quelle sterili. il Tribunale richiama altresì l’art 32 «sotto il profilo della tutela della salute della donna, costretta per realizzare il suo desiderio di mettere al mondo un figlio, non affetto da patologia, a una gravidanza naturale e a un eventuale aborto terapeutico, con conseguente aumento dei rischi per la sua salute fisica». Infine per Tribunale di Roma la questione di costituzionalità si può porre anche in relazione al contrasto tra la legge e gli articoli 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) e 14 (divieto di discriminazione) della Carta europea dei diritti dell’uomo (CEDU).

Al termine della propria analisi la Corte Costituzionale – con la sentenza n.96 del 2015 – dichiarava “l’illegittimità della normativa denunciata la quale costituisce il risultato di un irragionevole bilanciamento degli interessi in gioco, in violazione anche del canone di razionalità dell’ordinamento – ed è lesiva del diritto alla salute della donna fertile portatrice (ella o l’altro soggetto della coppia) di grave malattia genetica ereditaria – nella parte in cui non consente, e dunque esclude, che, nel quadro di disciplina della legge in esame, possano ricorrere alla PMA le coppie affette da patologie siffatte, adeguatamente accertate, per esigenza di cautela, da apposita struttura pubblica specializzata. Ciò al fine esclusivo della previa individuazione di embrioni cui non risulti trasmessa la malattia del genitore comportante il pericolo di rilevanti anomalie o malformazioni (se non la morte precoce) del nascituro, alla stregua del medesimo “criterio normativo di gravità” già stabilito dall’art. 6, comma 1, lettera b), della legge n. 194 del 1978”.
La Corte lascia poi al legislatore il compito di “introdurre apposite disposizioni al fine della auspicabile individuazione (anche periodica, sulla base della evoluzione tecnico-scientifica) delle patologie che possano giustificare l’accesso alla PMA di coppie fertili e delle correlative procedure di accertamento (anche agli effetti della preliminare sottoposizione alla diagnosi preimpianto) e di una opportuna previsione di forme di autorizzazione e di controllo delle strutture abilitate ad effettuarle (anche valorizzando, eventualmente, le discipline già appositamente individuate dalla maggioranza degli ordinamenti giuridici europei in cui tale forma di pratica medica è ammessa)”.

Diana Ferrara Ama le lingue e i viaggi “on the road” auto-organizzarti, alla scoperta dei piccoli gioielli del Mondo. Sogna di diventare magistrato. Nel frattempo, si divide tra la frenesia della città e la casa in campagna, nella quale si rilassa con un buon libro tra gli alberi da frutta.

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