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I centri antiviolenza chiudono? Cambiamo il finale, con una campagna online

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Quella di Manuela, uccisa dal marito davanti alla figlia dodicenne, è solo l’ultima in ordine di tempo. Ogni giorno, infatti, storie di femminicidio, violenze e abusi sessuali riempiono le pagine della cronaca nazionale. Solo qualche tempo fa l’Italia si indignava per Sara, di cui nessuno si è accorto mentre moriva bruciata dall’ex fidanzato. E proprio in quei giorni nessuno sembrava accorgersi nemmeno che alcuni dei più importanti centri antiviolenza della Capitale ricevevano avvisi e comunicazioni che ne minacciano la chiusura per mancanza di fondi o mancato rinnovo dei permessi. Per questo Chayn Italia, la prima piattaforma opensource italiana contro la violenza di genere, ha lanciato Cambiamo il finale, una campagna contro la chiusura dei centri di accoglienza romani.

Come sottolineano le attiviste di Chayn, la situazione dei CAV in Italia è già allarmante: sull’intero territorio nazionale ci sarebbero, a oggi, appena 140 centri antiviolenza e 73 case rifugio per le donne che hanno subito violenza fisica, psicologica, economica (i dati sono dell’ultimo rapporto Wave – Women against violence in Europe, ndr). Ben meno dei 6000 che, secondo i dettami della Convezione di Istanbul, dovrebbero servire l’intero stivale. La chiusura di cinque centri capitolini rappresenta, così, una minaccia concreta nella lotta alla violenza di genere. “La chiusura dei CAV -scrivono, infatti, da Chayn nella nota ufficiale di presentazione di Cambiamo il finalenon solo porterebbe tutte le donne impegnate in un percorso di uscita dalla violenza a ritrovarsi senza un riferimento, ma priverebbe anche le donne che vivono una relazione abusante di uno strumento indispensabile. L’interruzione brusca di qualsiasi percorso di cura può avere effetti negativi altissimi, immaginiamo cosa possa significare dover ricominciare da capo, con persone e strutture diverse, un percorso così delicato e traumatico. Sempre che poi le strutture rimanenti possano assorbire la domanda”.

 

La violenza di genere non è un problema privato: c’è bisogno di sensibilizzazione

 

L’impegno concreto di Chayn Italia e di chiunque vorrà aderire alla campagna consisterà, così, nel diffondere informazioni utili sul lavoro dei centri anti-violenza -sapevate, per esempio, che la maggior parte dei CAV in Italia sono infatti interamente gestiti da personale volontario e fanno affidamento su donazioni private? – e farlo, secondo la propria stessa mission, con un linguaggio semplice e accessibile a tutti e con tutto l’appeal 2.0 di infografiche, gif, post sui maggiori social network, video-interviste. Si tratterà, insomma, di creare buzz, sensibilizzare il grande pubblico verso il lavoro dei CAV e invogliarlo a condividere le storie di chi ogni giorno segue le vittime nel percorso di recupero. L’obiettivo? Uno solo: tenere alta l’attenzione rispetto alla possibile chiusura dei centri antiviolenza. Ribadiscono, infatti, le volontarie di Chayn: “le radici sociali della violenza di genere non vanno confuse con un problema di «violenza privata». Suonerà forse come un vecchio adagio, ma il privato è politico, baby. […] Lanciamo la campagna Cambiamo il finale, perché se vogliamo che Cappuccetto Rosso esca dalla pancia del lupo, forse dobbiamo smettere di tifare perché la Bella sposi la Bestia”.

Virginia Dara Siciliana di nascita, milanese e ora un po' romana di adozione. Le piace pensare di essere i libri che ha letto, la musica che ha ascoltato, i posti in cui ha vissuto, le persone che ha incontrato. Blogger da sempre e da anni collaboratrice freelance presso diverse testate online. Crede profondamente nel potere curativo della scrittura (e spera di poterne anche vivere!).

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