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Il Bullismo in età evolutiva…cosa fare?

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 Il bullismo è, in età evolutiva, infantile o adolescenziale, fenomeno equivalente a quello che, nel mondo del lavoro, si definisce mobbing, ossia (come dice Lorenz) come “quella serie di comportamenti messi in atto da animali per allontanare un individuo estraneo al branco o debole o malato oppure per scacciare l’animale che minacci il nido, nel caso di uccelli”.

Il termine è stato usato per spiegare i comportamenti umani nell’ambito dell’attività lavorativa: si tratta di una situazione in cui un lavoratore-vittima è fatto segno di maltrattamenti sistematici che vanno dall’isolamento sociale alle critiche, alle prese in giro, alla svalorizzazione dell’attività ed alla messa in atto di provvedimenti per cui questa non possa essere compiuta in modo adeguato e soddisfacente. Questa azioni, per costituire mobbing, devono essere ripetute e indirizzate ad una vittima che non sia in grado di porre in atto alcun tipo di difesa.

A differenza di quanto si verifica in quest’ultimo, sovente i comportamenti aggressivi che caratterizzano il bullying consistono anche in violenza fisica. Olweus lo definisce come tutta quella serie di situazioni in cui il ragazzo che ne è vittima “..viene esposto, ripetutamente nel tempo, alle azioni offensive messe in atto da uno o più compagni”. Secondo tale definizione, è “offensiva” ogni azione con la quale “una persona infligge intenzionalmente o arreca danno o un disagio ad un’altra” (Olweus, 1993).

Le “azioni offensive” possono essere verbali (insulti, scherni, minacce, critiche, diffamazione), fisiche (picchiare, danneggiare oggetti di proprietà della vittima, estorsioni) o possono concretizzarsi nell’escludere la vittima dai rapporti con i coetanei, isolarla. Vi sono forme di bullismo diretto che consistono in una aggressione esplicita nei confronti della vittima e forme di bullismo indiretto, costituite soprattutto da forme di esclusione e isolamento sociale della vittima. Le prime hanno più spesso un maschio come vittima, mentre le femmine sono più sovente vittima di bullismo indiretto, anche se numerosa è la percentuale di maschi vittima di manovre intese ad isolarli ed escluderli,talora in aggiunta alle aggressioni fisiche. Non è eccezione il caso di femmine vittime di bullismo espresso con mezzi fisici. In questo caso, gli aggressori sono di solito maschi.

Ci sono caratteristiche tipiche sia nelle vittime che negli aggressori. Le vittime sono, di solito, più deboli della media dei ragazzi della loro età. Non sono mai aggressivi né disturbatori;  come evidenziato dalla letteratura di solito sono ragazzi ansiosi, insicuri, dotati di scarsa autostima e hanno un opinione negativa di sé;  sono molto legati ai genitori, spesso alla madre, o ne sono addirittura dipendenti. Tutte queste caratteristiche rendono obbiettivamente difficile l’autoaffermazione nel gruppo dei coetanei. Non sono state riscontrate, invece, caratteristiche o anomalie fisiche particolarmente pronunciate.

I “bulli” sono caratterizzati, invece, da spiccate tendenze aggressive, manifeste anche nei confronti di adulti. Il gruppo degli aggressori è, di solito, rappresentato da una serie di gregari (“bulli passivi”) che si sono aggregati ad un capo, attirati dal prestigio che il “bullo” conquista riuscendo sempre vincitore nei confronti della vittima, senza ricavarne conseguenze negative, data la rarità degli interventi degli adulti, ciò che contribuisce a diminuire l’ inibizione della propria aggressività in soggetti che non la manifesterebbero autonomamente.

 

 

Proteggersi dai “bulli”: come?

 

È importante  sensibilizzare i genitori a prendere atto nel loro giusto significato dei comportamenti dei figli, intervenendo adeguatamente, in quanto esso raramente viene denunciato dalla vittima. Un ruolo terapeutico importante è anche quello riservato agli insegnanti.

Si tratta di un fenomeno frequente e le conseguenze possono essere gravi, fino a produrre nella vittima vere e proprie patologie psichiche che possono andare ben oltre l’accentuazione dell’ansia e della tendenza all’autosvalutazione che già contraddistinguono la personalità della vittima. Si possono avere sintomi psicosomatici, depressione, riduzione dell’efficienza scolastica. Sono registrati anche casi di suicidio.

Raffaella Manzo Psicologa-psicoterapeuta e docente a contratto presso l'Università del Molise, intreccia vari interessi nella clinica, nella formazione e nella ricerca.Lavora come libera professionista occupandosi, tra l'altro, di crescita personale. Innamorata della professione, nel (poco) tempo libero le piace viaggiare, leggere e tutto ciò che è legato alla creatività.

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