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Il lato oscuro dell’amore di Leonardo Abazia

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Inizialmente è difficile differenziare il comportamento di uno stalker da quello di una persona lasciata dal partner e quindi i tentativi continui di avvicinamento e di approccio all’ex, possono essere confusi con un semplice tentativo di recupero della relazione. Il problema consiste nella differente lettura che ne danno i due contraenti: la vittima crede che chiarendo riuscirà a far comprendere all’altro le proprie ragioni per la separazione, mentre lo stalker interpreterà tali segnali come segnali di vicinanza e di affetto. Quindi ciò che una vittima deve fare è quello di non rispondere alle varie ricerche di contatto, né di persona né tramite altri mezzi. Nel caso di situazioni di pericolo dovrebbe inoltre cambiare percorso, cercare di non frequentare sempre gli stessi luoghi ed in casi estremi farsi accompagnare e chiaramente denunciare l’accaduto”. È quanto ci dice il dott. Leonardo Abazia autore de “Il lato oscuro dell’amore. Lo stalking: comprendere e riconoscere il fenomeno attraverso il racconto di storie vere”, psicologo dirigente dell’Unità Operativa di Psicologia Clinica dell’ASL Napoli 1 Centro, che da circa 30 anni si occupa di minori a rischio, di intervento con famiglie multi problematiche e di consulenze tecniche nel civile e nel penale.

 

Stalking: da Internet al bullismo, i mille volti della persecuzione

 

Il libro, edito da Franco Angeli e disponibile anche in formato e-book, è molto chiaro e affronta il tema dello stalking in ogni suo aspetto, dalle diverse tipologie di stalker allo stalking tra gli adolescenti, senza tralasciare il fenomeno del cyberstalking, sviluppatosi con l’avvento di internet. “Lo stalker che aggredisce nella rete presenta prevalentemente un “attaccamento del tipo insicuro-ambivalente” che è presente anche nello stalker che si muove nel reale, l’unica differenza risiede nella forma d’agito contro la vittima. Nel caso del cyberstalking comunque possiamo dire che stalker e vittima condividono quasi sempre uno spazio d’azione comune nell’uso del virtuale, entrambi sono i fruitori di internet o dei meccanismi elettronici di cui si serve la comunicazione vessatoria; infatti raramente troviamo uno stalker che utilizza un campo d’azione non frequentato dalla preda. In termini di prevenzione è sicuramente importante non confondere un senso di intimità reale con quello artificiale mediato dai social e porre attenzione ai rischi relativi ad una privacy sempre più violata e ad una condivisione massiccia di informazioni personali, alla mercè di chiunque sul web; bisognerebbe quindi rafforzare la propria privacy e tenere al sicuro e private le proprie password in primis. Caso diverso invece è quello dei cyberpraticanti (che coltivano la relazione anche al di fuori della frequentazione in rete) e dei cyberconoscenti (che coltivano la relazione solo all’interno della rete) in cui il fenomeno considerato si caratterizza per una messa alla berlina degli aspetti intimi di una relazione, in questo caso il molestatore dispone degli accessi più intimi e segreti che fino a poco tempo prima condivideva con la stessa vittima. Qui il pericolo è estremo, gli elementi più segreti di condivisione dei due vengono messi alla mercè di tutti ed il fenomeno ha in se un potenziale destrutturante molto elevato in quanto assistiamo ad una vera e propria spoliazione della vittima”.

Infine non manca la visione della vittima e degli operatori, resa attraverso il racconto di vissuti reali di persecuzione, tra cui anche la storia di una donna stalker. “Da un punto di vista statistico possiamo di certo dire che lo stalking femminile rappresenta una percentuale inferiore a quello maschile. Si parla di un range che va tra il 2 ed il 13% a seconda del Paese nel quale si sono effettuate le ricerche. Spesso le donne stalkerizzano altre donne e più raramente gli uomini. Il fenomeno nei confronti degli uomini è, inoltre, poco percepito dalla vittima maschile che per condizionamento culturale da un lato lo legge in modo lusinghiero come innamoramento e passione dell’altra persona, mentre quando il pericolo diventa più evidente subentra una sorta di vergogna nel rappresentarsi come vittima. I risultati delle ricerche suggeriscono che gli uomini potrebbero non essere propensi a presentarsi come vittime in un contesto pubblico formale o nei pubblici uffici anche per il timore di non essere creduti e non essere presi sul serio”.

Luisa Minichiello Ironica, tenace, poliedrica. Con uno sguardo sempre volto a osservare ogni cosa da una diversa prospettiva, suggerita dalla sua perenne curiosità di riuscire a vedere oltre ciò che appare. Ama il Giappone, la lettura, la buona musica, gli occhi che hanno qualcosa da raccontare. Appassionata di psicodinamica e di grafologia. Ha maturato una propensione all’approfondimento di tematiche inerenti la criminologia e il diritto penale.

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