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Il Tar dalla parte delle donne: no obiettori di coscienza nei Consultori

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Il Tar del Lazio, con sentenza n. 08990/2016, ha respinto il ricorso proposto da Federazione Nazionale dei Centri e Movimenti per la Vita D’Italia (Movimento per la Vita Italiano), Associazione Nazionale dei Medici Cattolici Amci, Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici – Aigoc, contro il provvedimento con il quale la Regione, nel disporre il riordino dei Consultori, spingerebbe i medici obiettori di coscienza a non chiedere l’assunzione in un Consultorio familiare pubblico della Regione Lazio o a dimettersi da esso o a violare il dettato della propria coscienza.

Secondo i movimenti per la vita, le attività di attestazione dello stato di gravidanza e di certificazione della richiesta di effettuare l’IVG inoltrata dalla donna, sono da considerarsi direttamente causative dell’interruzione di gravidanza. Secondo i giudici del Tar, invece, essi costituiscono momenti dell’iter da seguire per l’accesso alle pratiche abortive che con quegli atti non iniziano, potendo la donna discostarsene, con la conseguenza che la regolare erogazione del servizio di IVG in ogni Regione non può non passare per tale attività consultoriale, che va garantita anche a causa del massiccio ricorso all’obiezione di coscienza nelle strutture ospedaliere deputate all’erogazione della prestazione.

Pertanto, la prescrizione di contraccettivi post coitali e il mero accertamento dello stato di gravidanza o che attesti la volontà di interrompere la gravidanza, non sono da considerarsi atti che possono turbare la coscienza dell’obiettore, trattandosi di attività preliminari e non legate necessariamente all’interruzione di gravidanza.

 

La posizione della Corte di Giustizia Europea

 

La Corte europea dei diritti dell’uomo, in precedenti pronunce, ha affermato più volte l’obbligo positivo degli Stati di strutturare il servizio sanitario in modo da non limitare in alcun modo le reali possibilità di ottenere l’aborto e per altro verso di assicurare che l’obiezione di coscienza dei medici non impedisca in concreto l’accesso ai servizi abortivi cui le pazienti hanno diritto.

A tale scopo è preposta in Italia la legge 22 maggio 1978, n. 194 che dunque appare rispondere ai principi enucleati sulla questione dalla Corte di Giustizia Europea, oltre che ribaditi dal Comitato europeo per i diritti sociali, assicurando da un lato il bilanciamento dei diversi interessi coinvolti nella vicenda, permettendo cioè ad alcuni di astenersi dal proprio ufficio e garantendo però la continuità del servizio cui gli obiettori sarebbero preposti e dall’altro tutelando così il diritto alla salute della donna.

Luisa Minichiello Ironica, tenace, poliedrica. Con uno sguardo sempre volto a osservare ogni cosa da una diversa prospettiva, suggerita dalla sua perenne curiosità di riuscire a vedere oltre ciò che appare. Ama il Giappone, la lettura, la buona musica, gli occhi che hanno qualcosa da raccontare. Appassionata di psicodinamica e di grafologia. Ha maturato una propensione all’approfondimento di tematiche inerenti la criminologia e il diritto penale.

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