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“La vita davanti a sé”, romanzo sul coraggio della scelta di vivere, sapendo da che parte stare

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La vita davanti a sé, Romain Gary. pgg. 214, Ed. Biblioteca Neri Pozza

Un libro delicatissimo, perché naviga in modo rispettoso e realistico fra paure e sogni di un ragazzino. Il modo di parlare, le parole storpiate, il gergo delle banlieu, il cinismo come difesa dalla sofferenza, la crudezza dell’osservazione senza nascondersi, comportamenti tipici dei bambini, sono espressi in maniera esemplare.
La storia è quella di una ex prostituta ebrea, che vive in un appartamento al sesto piano di un vecchio palazzo senza ascensore, in un quartiere della periferia parigina. La donna fa da madre ai figli, ebrei ed arabi, delle prostitute che glieli consegnano, inviandole ciclicamente denaro. Lei li alleva nel rispetto della religione di ciascuno. E continua a farlo anche quando le madri non inviano più soldi. Li protegge e li ama, e viene a sua volta protetta e aiutata da una serie di personaggi di grande umanità e tenerezza. Un medico ebreo. Un travestito arabo.
Persone che di solito sono oggetto di pregiudizi e diffidenza, risultano essere garanzia di affetto, di sostegno economico e pratico, di solidarietà, di insegnamento di vita.
Momò racconta l’interno della casa, gli attacchi di terrore che assalgono la vecchia Rosa, sopravvissuta ai campi di concentramento tedeschi ed il grande amore e la grandissima tenerezza che lui dà a questa donna. I suoi occhi di ragazzino narrano anche l’esterno della casa, la strada, le prostitute, la polizia, le famiglie dei ricchi. Sceglie i suoi modelli, i suoi riferimenti per crescere, e sceglie bene, al di là di quello che fanno le persone, o che sono costrette a fare per vivere. Sceglie in base ai sentimenti, all’umanità, alla capacità di provare rispetto e di fare scelte importanti, a favore dell’altro.

 

Una storia di maternità in senso ampio

 

La scelta di approccio materno alla vita non è solo di Madame Rosa, la vecchia ebrea, una maternità piena, riuscita, dolcissima, ma anche degli altri personaggi. E dello stesso giovanissimo protagonista. Un libro di grande sensibilità, sulla cura nelle relazioni, sull’affettività vera, quella che ti aiuta a vivere, che fonda l’esistenza delle persone, che dà senso all’abitare nello stesso condominio, all’essere parte della stirpe umana.
Un romanzo di formazione, in fondo, che attraverso la testimonianza del piccolo protagonista, ci porta nel mondo, nella vita, nella capacità di fare scelte importanti, superando egoismo, rabbie, abbandoni, fughe. Un romanzo che dal buio di una cantina di periferia, dove si nascondono e sopravvivono paure, ma che restano là relegate e che non intaccano la vitalità e il coraggio del vivere quotidiano, giunge alla luce di una città come Parigi, in cui esiste la possibilità di riscatto, di prendersi il bello, di ricevere ciò che è stato solamente sognato, senza mai indulgere ad autocommiserazione, a falsità, a voglia di mollare tutto.
Una storia che racconta di cura, affettività, parole e gesti essenziali, pur nella sofferenza e nel disagio di vite difficili, povere, umiliate; pur nella solitudine di esistenze stracciate, accantonate, relegate nell’ombra e nell’oblio da parte di chi, invece, dovrebbe garantir loro dignità e diritti; una storia che narra la sopravvivenza del vero coraggio di “restare umani”, e la scelta convinta, naturale e mai dubbiosa, di prendersi cura l’uno dell’altro, senza vantarsene, senza chiedere nulla in cambio, senza rinfacciarlo.
Eppure, si potrebbe diventare arroganti, rivendicativi, avari di qualcosa che non si è ricevuto, vivendo nel dolore e nella mancanza; al contrario, qui viene rappresentata la straordinaria risorsa di potenziare in sé e con l’altro, proprio ciò che manca, che non si è avuto, base sicura dell’amore e dell’assunzione di responsabilità nei confronti dei sentimenti.
Questo romanzo è la scelta di vivere, di schierarsi, prendere posizione. Senza perdere tempo nella vendetta, nelle recriminazioni, nel giudizio. E’ la profonda consapevolezza di chi sa di far parte dell’umanità dimenticata, abbandonata a se stessa, e che per vivere dignitosamente, deve soffrire, rinunciare, accettare, e scegliere di stare dalla parte di chi dà il meglio di sé.
“La vita davanti a sé”, senza indulgere in patetismi, parla della realtà dei sentimenti, vissuti appieno, senza costrutti e razionalizzazioni che li facciano rattrappire, che li sviliscano, che li rendano innocui.
Perché i sentimenti non devono essere innocui. Devono stimolare, riscaldare, far tremare, emozionare, sollecitare pensieri, generare idee, riverberare ricordi, costruire memoria, fondare appartenenza, suscitare dubbi, lasciar emergere cose nuove di noi, spingere a scelte, come quella di Madame Rosa, che escogita uno stratagemma per non consegnare Momò al padre, quando questi si ripresenta, subito dopo aver scontato la lunga pena per aver ucciso la madre del ragazzino. Rosa dimostra di possedere fortissimo senso di protezione, assunzione di responsabilità, capacità di capire i bisogni dei suoi piccoli ospiti e grande capacità di ascolto e di osservazione.
Perché i sentimenti veri convincono a scegliere di attraversare esperienze, portare al cambiamento. Riempire. Anche soltanto un breve tratto di strada. Dopo il quale ritrovarsi diversi, cresciuti, più somiglianti a noi stessi.
Curiosa, la vicenda dell’autore, Romain Gary: solo dopo la sua morte, si è saputo che era lui l’autore del romanzo, pubblicato con lo pseudonimo di Emile Ajar.

Francesca Laccetti Psicologa - psicoterapeuta, musicoterapista. Lavora con le famiglie e conduce laboratori di crescita personale con forme d'arte. Ha studiato canto, disegna e ama leggere e scrivere. Considera essenziali passione e apertura al cambiamento, per vivere bene.

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