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“Le cose che non facciamo”: ironici e sorprendenti racconti di quotidianità

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Le cose che non facciamo, Andrés Neuman, SUR edizioni, 15 euro

Andrés Neuman nei suoi racconti brevi di “Le cose che non facciamo”, ci parla delle cose quotidiane del vivere, cose semplici e apparentemente banali. Apparentemente. Quel modo di rispondere, quell’alibi con noi stessi, la scelta di rinunciare alla vitalità vestendola di attesa programmata; con grande ironia e uso del paradosso ci svela le scuse che inventiamo con noi stessi per mascherare ai nostri stessi occhi la vigliaccheria di affrontare le paure, l’indolenza spacciata per furbizia, l’allegria finta che copre il fallimento.
Neuman, scrittore argentino, diverte e induce alla riflessione; di più, ci mette di fronte allo specchio, nel quale siamo obbligati a riconoscere le nostre debolezze, l’incapacità di essere veri, l’adesione sottomessa e acritica ai luoghi comuni.
Nello stesso tempo e con la stessa spietata ironia, affonda lo sguardo nell’assenza, nella feroce mancanza di chi non c’ è più, nello sgomento incoercibile del senso d’impotenza, nelle meschinità umane.
Nelle sue storie svela la fragile compassione verso se stessi, quell’indulgenza narcisistica che ci fa trovare giustificazioni verso di noi ma non per gli altri, e ci fa ridere di gusto, a esempio, assieme al protagonista di “Il suicida ridanciano”.

 

Piccole storie, grandi verità

 

Con poche parole, come colpi precisi e rapidi, delinea e cesella un piccolo capolavoro: una scultura parlante del nostro modo di vivere, delle nostre sofferenze, della nostalgia, dei sogni perduti; e di quel dolore sordo di chi sa e finge di non saperlo, che certe perdite interrompono qualcosa di unico, che non potrà essere mai più.
Il libro narra di quei momenti che sembrano innocui e che poi si rivelano essere svolte fondamentali delle nostre esistenze; piccoli grandi imbarazzi, sorprese impensabili, prove decisive, che scopriremo essere le basi del nostro modo di guardare il mondo e gli altri. E, soprattutto, di come entriamo in relazione con l’esterno da noi, di come amiamo o, all’inverso, di quanto non sappiamo darci agli altri.
Nella brevissima storia “La felicità”, un uomo, per non riconoscere la realtà delle cose e per non mettersi assolutamente in discussione e cambiare qualcosa di sé, pensa “So bene che mia moglie mi adora. Ed è tale la sua adorazione, che la poverina va a letto con lui, con l’uomo che vorrei essere. Tra i pettorali sviluppati di Cristòbal, la mia Gabriela mi aspetta ansiosa a braccia aperte”.
E ho detto tutto, direbbe il grande Totò.

Francesca Laccetti Psicologa - psicoterapeuta, musicoterapista. Lavora con le famiglie e conduce laboratori di crescita personale con forme d'arte. Ha studiato canto, disegna e ama leggere e scrivere. Considera essenziali passione e apertura al cambiamento, per vivere bene.

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