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Legge 104: lavorare avvicinandosi a casa anche dopo l’assunzione

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La Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate, la meglio nota Legge 104/92, detta i principi cardine in materia e persegue la rimozione delle cause invalidanti, la promozione dell’autonomia e la realizzazione dell’integrazione sociale. L’articolo 33 della predetta normativa si occupa della scelta o  trasferimento di sede per i soggetti dipendenti che si prendono cura in modo esclusivo di familiari ed affini entro il secondo grado portatori di handicap.

Non è sempre stato chiaro se tale disposizione riguardasse solo la scelta della sede di lavoro al momento dell’assunzione o se tale possibilità si estendesse anche a momenti successivi per venire incontro alle esigenze sopravvenute del lavoratore.
Nello specifico vengono in esame i commi 5 e 6 secondo i quali “il genitore o il familiare lavoratore e il lavoratore disabile hanno diritto a scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio.”. Proprio a causa di quel “ove possibile”, si configura un interesse legittimo in capo al lavoratore, ma non un diritto soggettivo insindacabile.
Di fatto, quindi, l’azienda può rifiutare la richiesta di trasferimento motivandolo con ragioni di organizzazione del lavoro.  Per contro, si configura come un vero e proprio diritto soggettivo il rifiuto del lavoratore al trasferimento imposto dall’azienda, invero il Codice Civile all’articolo 2103 prevede, fra l’altro, che il lavoratore non possa essere trasferito da un’unità produttiva all’altra senza comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive.

 

Puo’ l’azienda trasferire il lavoratore divenuto beneficiario della L. 104?

 

In argomento si e’ espressa la Corte di Cassazione che, con sentenza n. 16298 del 2015, ha deciso sul ricorso del Ministero della Giustizia al quale era stato imposto dai magistrati di prime cure il trasferimento ad altra sede del dipendente che assisteva una nipote portatrice di handicap.
Il Ministero fondava le proprie ragioni sulla circostanza che il diritto era attivabile solo in sede di costituzione del rapporto (scelta della prima sede) e non anche successivamente; e che, in ogni caso, non ricorressero i requisiti, documentati, della continuità ed esclusività della prestazione assistenziale e della disponibilità del posto oggetto del trasferimento richiesto.
La Suprema Corte ha ritenuto infondati i motivi di ricorso ed ha precisato che il combinato disposto dei commi 5 e 6 dell’art 33 della legge 104 “rende evidente come la facoltà di scelta non sia limitata al momento di assunzione, potendo anzi essere compiuta, alle condizioni previste, anche in costanza di rapporto, come si evince dalla esplicita tutela dal trasferimento imposto”, precisando altresì che “il tenore testuale e la finalità (nel senso dell’esercizio del diritto di scelta in questione, al ricorrere delle condizioni di legge, oltre che al momento dell’assunzione, anche successivamente e, in tal caso, sia quando la situazione di handicap intervenga in corso di rapporto, sia quando preesista ma l’interessato, per ragioni apprezzabili, intenda mutare la propria residenza: Cass. 18 febbraio 2009, n. 3896), esclude la limitazione dedotta dal Ministero ricorrente”. L’unica valida valutazione su cui potrebbe essere fondato il rifiuto è quella datoriale di compatibilità con le esigenze economiche ed organizzative dell’impresa (Cass. 18 agosto 2014, n. 18030; Cass. 5 settembre 2011, n. 18223; Cass. s.u. 27 marzo 2008, n. 7945), in particolare presupponendo l’esistenza (e la vacanza) del posto nella sede eligenda (Cons. Stato 31 gennaio 2003, n. 481)”.
Tutto quanto premesso porta la Cassazione ad affermare un principio di diritto secondo il quale “Il diritto del genitore o del familiare lavoratore, con rapporto di lavoro pubblico o privato, che assista con continuità un parente o un affine entro il terzo grado handicappato con lui convivente, di scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio deve essere inteso – secondo il tenore letterale dell’art. 33, quinto comma L. 104/92 e in via comparativa con il sesto comma del medesimo articolo – nel senso della possibilità di suo esercizio tanto al momento dell’assunzione, quanto in costanza di rapporto: ben s’intende, ove possibile, in ragione del suo bilanciamento con la valutazione datoriale di compatibilità con le esigenze economiche ed organizzative dell’impresa, sul presupposto dell’esistenza e della vacanza del posto”.

Per quanto concerne gli ulteriori motivi di ricorso, inerenti la richiesta di  riesame dell’accertamento operato in fatto dalla Corte territoriale in ordine alla verifica della sussistenza dei requisiti di continuità ed esclusività dell’assistenza, che ricordiamo secondo il Ministero ricorrente non erano stati provati, la Cassazione ha sottolineato che un riesame nel merito della vicenda processuale è  indeferibile al giudice di legittimità, cui spetta la sola facoltà di controllo della correttezza giuridica e della coerenza logica e formale delle argomentazioni del giudice di merito.

Pertanto la Suprema Corte ha rigettato in toto il ricorso del Ministero condannandolo al pagamento delle spese di giudizio.

 

Diana Ferrara Ama le lingue e i viaggi “on the road” auto-organizzarti, alla scoperta dei piccoli gioielli del Mondo. Sogna di diventare magistrato. Nel frattempo, si divide tra la frenesia della città e la casa in campagna, nella quale si rilassa con un buon libro tra gli alberi da frutta.

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