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“Ninna Nanna Prigioniera”: un documentario racconta la maternità in carcere

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Com’è la maternità per le donne detenute? Come riesce una madre a far crescere il proprio bambino in quel luogo dove la liberta è sospesa? In Italia le donne in carcere sono pochissime, meno del 5% del totale e vivono ristrette in uno dei 5 istituti penitenziali femminili o in una delle 52 sezioni presenti all’interno delle carceri maschili. Ancor più piccoli sono i numeri delle donne che vivono la propria maternità in carcere: nel 2014 i bambini che vivevano detenuti insieme alle loro madri erano 27, il numero più basso mai raggiunto dal 1975, ma che comunque non è riuscito a soddisfare l’obbiettivo “mai più bambini in carcere” che si era posto nella discussione parlamentare che ha preceduto l’ultima legge in materia. Un tema che porta con sé tante domande e per le quali spesso non c’è risposta a cui, però, prova a dare voce Rossella Schillaci, autrice di “Ninna Nanna Prigioniera”, un documentario presentato in anteprima mondiale al Biografilm Festival 2016 di Bologna dove ha vinto il Life Tale Award. Nel documentario si racconta la storia di Jasmine, giovane ventiquattrenne che sta scontando la sua pena in carcere e in cella con lei vivono anche i suoi due bambini: Lolita di 2 anni e Diego, di pochi mesi appena. Immagini che ritraggono e mostrano scene di vita quotidiana dal bagnetto, al pranzo alle passeggiate tra i corridoi dell’istituto penitenziale.

 

Bambini cresciuti in carcere

 

Senza porsi come giudice giudicante, la regista Rosella Schillaci mostra i vari momenti di speranza e di attesa e i molti altri fatti di resistenza alla dura vita tra le sbarre, interrogandosi sul dramma che ogni madre vivrebbe se dovesse vivere una situazione simile: la scelta tra crescere i propri figli, ma in prigione, o rinunciarvi, ma regalare loro la libertà. “Quando mio figlio aveva pochi mesi – racconta l’autrice – ho partecipato con lui ad un corso di massaggio infantile in un asilo nido vicino alla Casa Circondariale Lorusso Cutugno di Torino. In quella stessa scuola erano “ospitati” i bambini figli di madri detenute che, per poche ore alla settimana, potevano uscire per giocare con altri bambini. Erano di varie nazionalità, stupiti e felici di giocare con altre mamme, e soprattutto con dei papà, in un ambiente colorato e luminoso. Non sapevo allora che per legge le madri incarcerate che hanno bambini sotto i tre anni di età possono scegliere di tenere i figli con loro, in cella. Mi sono chiesta cosa accade poi, quando i due vengono separati. E come può essere vissuta la maternità per quelle donne che per 24 ore al giorno non hanno nessun altro a cui appoggiarsi, e sono rinchiuse. Ma il paradosso della maternità e dell’infanzia vissute in una cella mi hanno spinto a fare un film che lasci allo spettatore la libertà di vivere e conoscere il confinamento peculiare di una madre e della sua bambina.”

Anna Peluso Nolana di nascita, romana di adozione. Ingorda di serie TV, discreta lettrice, amante del nuoto. In generale? Ama viaggiare ma i posti che ha conosciuto sono sempre troppo pochi. Sta meglio in acqua che sulla terraferma. Un giorno spera di fare della scrittura il suo lavoro.

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