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Perfetti sconosciuti: il film di Genovese che ci racconta tutti

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Prendete un gruppo qualsiasi di amici, radunateli in una casa qualsiasi per una cena qualsiasi, magari in una sera d’eclissi lunare.
Queste sono le premesse di Perfetti Sconosciuti, l’ultimo film di Paolo Genovese, nelle sale dall’11 febbraio.
Premesse che il film mantiene e disfa dall’inizio alla fine.
Fondamentalmente i personaggi, che per l’appunto sembrano essere sette persone qualsiasi, appaiono sin da subito piuttosto vaghi.
Come se il regista ne tracciasse soltanto i contorni, lasciando poi lo spettatore libero di intuire in che modo riempire queste linee guida.
E in suo soccorso interviene la “scatola nera” di ciascuno di loro: il cellulare.
Per tutta la durata della cena i sette amici lasciano i propri telefoni sul tavolo, così da poter condividere tutti insieme qualsiasi chiamata o messaggio che arriva.
La semplicità dell’idea di Genovese trasforma la cena in una sorta di seduta di psicanalisi collettiva. Lo smartphone è il mezzo attraverso il quale il lato oscuro di ognuno emerge, il famoso dark side of the moon, chiaro riferimento all’eclissi in corso nel cielo in quelle ore. E anche gli amici di sempre, anche chi condivide da anni la propria vita, non può raggiungere questa parte più profonda, più oscura proprio perché celata. C’è chi la tiene nascosta per vergogna, chi fondamentalmente per convenienza e chi per proteggere la persona amata.

 

Essere perfetti sconosciuti è l’unico modo per essere felici insieme?

 

La verità è che con questo film Genovese, attraverso una moderata ma crudele ironia, mostra quanto sia impossibile anche solo pensare di conoscere davvero chi abbiamo di fronte.
Un’amara lezione che lascia lo spettatore con un dubbio amletico: è necessario restare ignari per amare qualcuno, per poter essere felici?
Se si conoscessero tutti gli angoli bui dei propri amici, del proprio compagno di vita, sarebbe possibile amarli allo stesso modo?
Genovese non dà la risposta. Mostra soltanto entrambe le possibilità, che però lasciano comunque dell’amaro in bocca. Quindi forse la difficile realtà è che non esiste una scelta migliore, ma soltanto quella con la quale si riesce a fare i conti, quella più sopportabile.
C’è chi preferisce rimanere in silenzio, perché è più facile ritagliarsi il proprio spazio minuscolo all’interno di un ambiente troppo affollato, chi dà espressione alla voglia d’evadere in modi invisibili, chi ostenta lealtà per poi esserne totalmente sprovvisto, chi credeva nella libertà e invece finisce col piegarsi al cliché della prigionia d’amore, chi proprio per amore supera segretamente i propri pregiudizi scegliendo il compromesso.
La riuscita ed il successo di Perfetti sconosciuti è da ricercare nella sua adattabilità alla vita di ciascuno di noi. Inconsapevolmente anche chi guarda si sente come partecipe di quella cena ed è inevitabile pensare al proprio lato oscuro e chiedersi se si sarebbe disposti a lasciare lì, con lo schermo rivolto verso l’alto, la scatola nera dei nostri segreti.

Giulia Mirimich Amante della letteratura, aspirante giornalista con una passione smisurata per Parigi, i gatti e la pasticceria.

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