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Riconoscimento di paternità tardivo: rimborso delle spese alla madre

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Il caso esaminato dalla Suprema Corte, con la sentenza n. 3332 del 19 febbraio 2016, è quello del rimborso delle spese sostenute esclusivamente dalla madre per i primi due anni di vita del minore, anteriormente all’accertamento della paternità naturale, fissando la somma di 10.000 euro a titolo di arretrati, più 800 euro mensili a carico del padre. L’uomo, infatti, non aveva accettato la decisione dei giudici di appello, i quali non avevano tenuto conto del fatto che egli aveva già a carico un altro figlio minore e della modestia del suo reddito, mentre la madre del bambino conviveva con un uomo benestante.
La Cassazione, però, ha confermato quando precedentemente stabilito in quanto i doveri dei genitori verso i figli sorgono dalla nascita e discendono, pertanto, dal mero fatto della generazione. Essi comprendono non solo i bisogni fondamentali, ma includono anche tutte quelle attività dirette al loro sviluppo psico-fisico. Gli artt. 147 e 148 c.c. sanciscono il principio dell’uguale responsabilità dei genitori nei confronti dei figli ed esso non viene meno quando il figlio sia riconosciuto da uno solo dei genitori.
Infatti, qualora la procreazione sia stata accertata con sentenza, la dichiarazione giudiziale di paternità produce gli effetti del riconoscimento comportando per il genitore tutti i doveri propri della procreazione legittima, incluso quello del mantenimento, così come sancito dall’art. 261 c.c., che rappresenta un’affermazione del principio di parità di trattamento dei figli legittimi e di quelli naturali, da parte del genitore. Tale sentenza ha, quindi, efficacia retroattiva cioè non viene meno l’obbligo dell’altro genitore per il periodo anteriore alla pronuncia, giacché l’obbligo per i genitori nasce per il solo fatto di averli generati.

 

 

Disconoscimento paterno e identità personale

 

Cosa accade nel caso in cui il figlio sia disconosciuto dal padre in seguito a una incompatibilità genetica? Secondo la Suprema Corte “l’identità, come tutti i diritti della personalità, si rafforza e si consolida col passare del tempo. Pertanto, maggiore è il lasso di tempo intercorso tra il riconoscimento e l’impugnazione per difetto di veridicità, maggiore sarà la lesione che ne discende al diritto all’identità personale” (Cass. 16222/2015).
Il nome costituisce un diritto fondamentale della persona, disciplinato dall’art. 6 c.c., e comprende sia il nome che il cognome, rappresentando anche il diritto all’identità sia come singolo sia come membro della comunità sociale. In caso di disconoscimento paterno, il cognome del figlio va rettificato sugli atti dello Stato. Tuttavia, qualora il cognome attribuito sia ormai diventato segno distintivo dell’identità personale, comportando ad esempio un pregiudizio dal punto di vista della propria carriera lavorativa, l’interessato può presentare al giudice la richiesta al mantenimento, trattandosi di diritto inviolabile e costituzionalmente garantito dall’art. 2.

Luisa Minichiello Ironica, tenace, poliedrica. Con uno sguardo sempre volto a osservare ogni cosa da una diversa prospettiva, suggerita dalla sua perenne curiosità di riuscire a vedere oltre ciò che appare. Ama il Giappone, la lettura, la buona musica, gli occhi che hanno qualcosa da raccontare. Appassionata di psicodinamica e di grafologia. Ha maturato una propensione all’approfondimento di tematiche inerenti la criminologia e il diritto penale.

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