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Sara Lubrano, la prima orafa inserita nel Tesoro di San Gennaro

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“Le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di mostrare nulla, se non la loro intelligenza”: diceva così Rita Levi Montalcini, parlando a proposito del ‘gentil sesso’. Ed è vero, perché le donne di successo sono – quasi sempre – quelle che hanno raggiunto traguardi inimmaginabili contando solo sul proprio talento.

Non fa eccezione Sara Lubrano: classe 1985, formazione economica e una smisurata passione per i gioielli e per le pietre, l’orafa napoletana ha scritto un ‘pezzo di storia’ della città perché è la prima artigiana ad aver realizzato un monile per il Tesoro di San Gennaro. Riconoscimento tanto ambito quanto prezioso, reso possibile dalla sinergia di un lavoro in team con altre donne ma, soprattutto, dalla sua innata bravura nel “plasmare” i materiali nobili. La Mitra (copricapo usato dai vescovi durante le celebrazioni liturgiche, ndr.) che ha messo a punto per l’occasione, infatti, è uno scintillio colorato di rubini e smeraldi su una base di oro e simboleggia senza dubbio anche il grande amore che l’artista ha per Napoli.

 

E’ la prima donna ad essere inserita tra gli orafi del prestigioso Tesoro di San Gennaro, cosa si prova?

Sono davvero emozionata all’idea che una mia opera entri a far parte del museo più caro a noi napoletani e, oltre che un traguardo, rappresenta uno stimolo a migliorare sempre e dare di più, in onore della mia città.

 

Quando ha deciso di intraprendere questo mestiere e come ha cominciato?

Ho sempre amato l’idea di realizzare gioielli e sognavo ad occhi aperti di farlo fin da bambina, quando giocavo ad infilare tubetti e stelline di pasta tostata per crearne delle collane. All’ università, mentre studiavo economia, come hobby creavo bijoux e mi accorgevo che quello era il tempo in cui mi sentivo meglio. Così dopo la laurea ho deciso di frequentare l’Accademia delle Arti Orafe di Roma e trasformare la mia passione in un lavoro.

 

Qual è la tecnica utilizzata per la realizzazione della Mitra? Quali le fasi di lavorazione?

La tecnica della quale mi avvalgo nel mio lavoro è quella della microscultura a cera persa: tutto parte da un disegno, sulla base del quale plasmo la cera fino a realizzare il modello che, attraverso un processo di fusione, diventa metallo.Si tratta di una tecnica scultorea che risale all’età del bronzo, la stessa che ho utilizzato per la creazione della Mitra. È un’opera che ho realizzato utilizzando ottone bagnato in oro con smeraldi, rubini, coralli e smalti. Come in tutte le iconografie religiose, la lettura parte dal basso.

Mitra Papale
La Mitra di Sara Lubrano

Iniziamo quindi con la frase Jesce e facci grazia: è il popolo napoletano che invoca San Gennaro affinché compia il prodigio dello scioglimento del sangue. Immediatamente al di sopra troviamo la chiave del tesoro e le ampolle contenenti il sangue dal colore rosso scuro, in contrasto con il rosso più vivo dello stemma del Comune di Napoli, che sta a rappresentare il sangue che ora scorre, è vivo, quello che San Gennaro ha fatto sciogliere ridando vita alla nostra amata città. Inoltre, lo stemma del Comune è la rappresentazione del contratto che ha dato vita al Museo del Tesoro. Nel 1500, infatti, Napoli era afflitta da tre grandi disgrazie: la guerra franco-ispanica, il colera e l’eruzione del Vesuvio. La Deputazione, a nome del popolo napoletano, fece un atto notarile, un vero e proprio patto con San Gennaro. Se San Gennaro avesse liberato Napoli dalle tre disgrazie, la Deputazione avrebbe stanziato una grande somma di danaro per erigere, in onore del Santo, la cappella più bella di Napoli. San Gennaro liberò Napoli da quelle sventure e fu eretta la cappella. Perciò il santo è visto dal popolo napoletano come un intermediario tra Dio e la gente comune. Nella parte più alta della Mitra, infine, compaiono tre rose di corallo arancione che vogliono dire: Napoli è viva, Napoli sta sbocciando e San Gennaro ne è l’artefice. Tutto attorno a questi simboli troviamo grappoli d’uva e foglie di vite, simbolo di abbondanza e prosperità. Sul fondo invece, la lavorazione vuole richiamare le onde del mare, un altro forte elemento identitario della nostra città.

 

Il settore dell’artigianato, in Italia, è da anni in crisi: colpa dei grandi marchi internazionali che, abbassando il costo di acquisto, aumentano le vendite. Come si fronteggia un problema di questo tipo, secondo lei?

Il mercato dell’artigianato artistico è un mercato di nicchia, quindi non mi preoccuperei tanto dei grandi marchi poiché essi si rivolgono ad un pubblico di massa e sono realizzati industrialmente. Non si tratta quindi di prodotti in competizione: l’amante dell’artigianato non acquisterebbe mai un prodotto di massa e viceversa. Il punto è che un prodotto non deve essere soltanto artigianale ma anche di gusto e regalare un’emozione a chi lo acquista e lo indossa.

 

Cosa sente di dire ai giovani, soprattutto donne, che intendono diventare artigiani/orafi come lei?

Mi sento di rispondere con le parole di un mio caro amico, Vincenzo Moretti. Vincenzo ha scritto il Manifesto del Lavoro Ben Fatto, ed io lo condivido appieno. Il punto che preferisco recita: “Non importa quello che fai, quanti anni hai, di che colore, sesso, lingua, religione sei. Quello che importa, quando fai una cosa, è farla come se dovessi essere il numero uno al mondo. Il numero uno, non il due o il tre. Poi puoi essere pure il penultimo, non importa, la prossima volta andrà meglio, ma questo riguarda il risultato non l’approccio, nell’approccio hai una sola possibilità, cercare di essere il migliore”. Nella vita tutto è possibile, purché ci si mettano cuore, tenacia e sacrificio. In bocca al lupo a tutti!

Ornella d'Anna Giornalista con un’insana passione per carta e penna, racchiude in sé tutte le contraddizioni delle donne: precisina e decisamente impulsiva, sa essere anche dolce (sforzandosi); a volte le piacerebbe tornare ai 15 anni, poi si guarda attorno e si scopre molto innamorata di ciò che ha: un marito stupendo, una figlia da strapazzare di baci e una famiglia fortissima. Adora le sue due gatte, i tramonti greci e la pasta poco cotta… ma odia le “minestre riscaldate”.

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