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“Scaramante”: quando la musica accompagna la vita

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Scaramante, album di Cristiano De Andrè, 2001.

Quindici anni fa, tra pochi mesi. Una mattina in cui il fiato si spezza e cerchi aria, respiro, qualsiasi cosa che ti accolga il dolore.
Camminare è un modo per scaricare la tensione, affidandola alla strada, al vento, lasciandola nel mare che costeggi, improvvisamente rallentando i passi, soffermandoti nella dolcezza del clima, era primavera, ricordo bene la primavera che entrava.
L’inquietudine cercava un porto ed entrai in un negozio di musica, con un urgente bisogno di note nuove che lenissero il mio sgomento.
Cristiano De Andrè, figlio del meraviglioso Fabrizio, non avevo mai sentito nulla di suo. Il titolo del CD, Scaramante.
Sento i ricordi salire dal cuore fino a dentro agli occhi.
Ebbi bisogno di ascoltarlo subito. Scoprii che era un intero disco dedicato al padre, parole e musica che riattraversano un’infanzia, un rapporto, un amore, l’assenza, le radici, le tradizioni, gli amici persi, il dialetto genovese, la paura della morte, del distacco, della perdita, del vuoto.
Io voglio amare di più e come una sorgente andare verso il mare – andare fino al mare – nei miei sogni si aprono infinite onde – è con i tuoi sogni che io sono nato.
Bello, nascere grazie ai sogni di qualcuno.
Parole che irrompono nella mia vita come un uragano di emozioni, sembrano parlare al posto mio; note che scavano nel mio sentire, nel dolore, nell’ attesa di quel che sarà, di chi sarò. Dopo.

 

 

Parole uguali e diverse, tra padri e figli

 



La voce di Cristiano è molto simile a quella del padre.
Le sonorità sono diverse, chitarre, ritmi sostenuti, batteria, percussioni, fiati, archi.
Parole intime, che evocano relazioni e anche sofferenza e bellezza dei sentimenti.
La voce calda, decisa, dolente, che scandisce e racconta.
La musica l’ho appresa da mio padre.
Mio padre, quindici anni tra pochi mesi, in una primavera tiepida e luminosa.
Quanto amore ci vuole per capire il dolore – quanto tempo ci vuole per capire l’amore ma batte il mio cuore più forte di ogni tamburo.
Lo capisco oggi, che il suo modo di amare è lo stesso mio, me lo ritrovo addosso.
Il suo amore per il dialetto, la lingua napoletana, la sua empatia, l’ironia delicata.
Terra di luce non mi abbandonare mai nelle mie incertezze cantami un’antica canzone.
Mi ha insegnato l’onestà e la fierezza di essere quel che si è.
Il vento bussa forte, si aspetta il temporale e l’odore della pioggia si sente fino a qua. La sera si tornava con nelle tasche niente – si riposano bestemmie, ma la fatica no – c’è un sapere in ogni vita, più prezioso dei diamanti, poi si cancella tutto, ma la memoria no.
Il cerchio si chiude, con semplicità, attorno a un sentimento, a un modo, a una scelta.
E adesso sogna, sogna amore, che chi sogna non muore quasi mai.
Grazie a lui Ho mille speranze – batte il mio cuore più forte di ogni dolore.

Francesca Laccetti Psicologa - psicoterapeuta, musicoterapista. Lavora con le famiglie e conduce laboratori di crescita personale con forme d'arte. Ha studiato canto, disegna e ama leggere e scrivere. Considera essenziali passione e apertura al cambiamento, per vivere bene.

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