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Sceneggiata napoletana: “Cantami, O Diva”, donne e camorra

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E’ uno spettacolo ricco di pathos, quello che è stato portato in scena nei giorni scorsi dalla rassegna ‘Notti Rosa’, organizzata da Gianluca Corcione e Fratelli di Versi, in nome delle donne. Un’opera nella quale tragedia, mitologia e sceneggiata napoletana si fondono, rappresentando il trade union, il dramma della camorra vissuto dalle donne. Carmine Borrino, regista della piéce teatrale, “canta” la storia di denuncia e riscatto preteso da una “donna della malavita”. Musica, scenografie, luci e recitazioni, nella loro semplicità, raggiungono il pubblico con impatto e creatività.

In palcoscenico gli attori Carmine Borrino, Rossella Amato, Giusy Freccia e Giorgio Pinto, hanno interpretato le ambivalenti personalità di un mondo, quello della camorra, fatto di mille contraddizioni. Si inscena così l’Anti-Gomorra, che intende proporre agli spettatori l’importanza del riscatto dalla malavita e del superamento dell’omertà. Li abbiamo incontrati, per voi, a margine della rappresentazione.

Cantami, O Diva, storia di donne e pentimento

 

 

Mariano Bellopede, ‘Cantami, o Diva’ ha riproposto la sceneggiata con l’inserimento della musica. Ogni brano musicale dello spettacolo è stato ben studiato, in quanto atto di denuncia. Come ha vissuto questa esperienza lavorativa?

Con Carmine siamo amici e lavoriamo insieme da tempo. Condividiamo anche l’esperienza del conservatorio perchè Carmine è anche diplomato in chitarra. Quando mi ha proposto di raccontare il tema delicato della camorra in musica, ero un po’ spaventato, perchè spesso un lavoro del genere lo si fa con la musica dal vivo e non in preregistrazione. Abbiamo voluto giocare tra la sceneggiata e il karaoke, che diventa simbolo del canto inteso come “pentimento”, giocando nel doppio livello di “cantare”, “cantarsi” e “pentirsi”. La scelta dei suoni ha voluto giocare con le sonorità anni ’60-’70 della sceneggiata e con quelle postmoderne caratterizzate dall’uso dell’elettronica. La musica non può prescindere dal sensibilizzare su temi sociali!

Giusy Freccia, ci descriva la complessità di interpretare in scena un ruolo femminile (quello di donna di camorra), così contrastante.

Quando Carmine mi convocò in provino, non sapevo neppure di poter interpretare un ruolo così forte da reggere per tutto il tempo dello spettacolo. Calarmi nei panni di Elettra, che odia la madre e insegue i codici camorristici, ha richiesto tanto studio. Sono contro la camorra e contro la violenza sulle donne, per cui ai giovani dico che quella della malavita non è una bella promessa di felicità…prima o poi vengono beccati tutti. I genitori invece devono seguire i propri figli nel percorso adolescenziale, per evitare che sbaglino. E’ quello che rimprovero alla mia “matrigna” in scena.

Rossella Amato, lei veste i panni di una “regina della camorra”, combattutta tra il vero amore, l’inganno di un uomo della malavita, la coscienza e i figli. Rappresentare questo personaggio in nome delle donne, cosa ha significato per lei?

Il mio è un personaggio che ha tante sfaccettature. E’ una donna completa, che soffre, che ama e denuncia tutti i soprusi. E’ una donna che cerca di fare qualcosa di buono per la società. Penso che tutte le donne dovrebbero ambire a cercare di cambiare rotta nel quotidiano, per fare qualcosa di importante per tutti. Vivendo a Napoli ho cercato di capire quanta sofferenza ci sia dietro ogni atto di violenza fisica, psicologica. Le donne della camorra diventano dei “mostri mitologici” perchè subiscono tanto e non se ne rendono conto. Abbiamo proposto lo spettacolo anche agli adolescenti, che è il pubblico più difficile da conquistare. La sceneggiata ha tinte forti e loro hanno seguito attentamente tutto. Carmine è stato molto previdente nello spiegare loro prima dello spettacolo la storia della sceneggiata, così che recepissero il senso del tutto. Abbiamo proposto un po’ l’altra faccia di Gomorra. Possiamo ancora credere nei giovani e il teatro è il modo per prenderli dal verso giusto!

Giorgio Pinto, lei è stato il rappresentante maschile che in scena ha veicolato l’ambiguità femminile dei due personaggi della sceneggiata, prendendo le distanze dalla malavita. Come si è preparato per questo ruolo?

Appartengo alla Napoli vernacolare e questi personaggi li conosco benissimo. I miei modelli come archetipo sono stati Fabrizio Corona, Egisto del mito greco, le cui vicende vengono riportate di epoca in epoca, seppur con meccanismi diversi. In scena nel mio personaggio si leggono i rimorsi della coscienza. Alla fine accetto la sconfitta, tanto da assumere un’altra postura fisica in palcoscenico, se ci si fa caso. Sono sceso all’inferno e ho tentato di risalire da esso, ho pensato alla realtà e a come avrei agito se mi fosse capitato davvero vivere un’esperienza simile. Questo testo teatrale induce a riflettere anche sull’importante senso del teatro che a differenza della tv che “rimbambisce”, permette allo spettatore di costruire veri pensieri.

Pina Stendardo Collaboratrice freelance presso diverse testate giornalistiche on line, insegue la cultura come meta cui ambire, la scrittura come strumento di conoscenza e introspezione. Si occupa di volontariato. Amante del cinema e della poesia, nel tempo libero si dedica alla recitazione. Estroversa e sognatrice, crede negli ideali che danno forma al sociale.

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