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Shopping compulsivo ed effetti negativi: non rende felici e inquina

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Lo shopping compulsivo non dà la felicità e ha anche un forte impatto sull’ambiente. Queste le conclusioni di un report commissionato da Greenpeace in diversi paesi del Mondo.

 

 

Il fashion binge intrappola le persone in un “ciclo insoddisfacente di moda”

 

 

In principio fu “la ragazza con la sciarpa verde”, alias Rebecca Bloomwood, la protagonista del film di successo I Love Shopping (tratto dall’amonimo romanzo di Sophie Kinsella, ndr). Becca è una giornalista finanziaria che cura una rubrica per la fittizia rivista “Far fortuna risparmiando” e se tra le righe dei sui articoli è realmente in grado di dare consigli ai lettori per non sperperare il proprio denaro, quando si tratta di se stessa ha qualche problema a seguire quegli stessi consigli. Rebecca è infatti una maniaca compulsiva dello shopping e se c’è una morale in questo film è che la stessa protagonista, indebitata fino al collo, si rende conto che lo shopping compulsivo non rende felici e, anzi, dopo l’iniziale emozione per l’acquisto tutto sparisce per lasciare di nuovo posto a quella insaziabile voglia di possedere capi di abbigliamento.

Una conclusione a cui è arrivato anche l’ultimo report commissionato da Greenpeace in Cina, Hong Kong, Taiwan, Germania e Italia in occasione del Copenhagen Fashion Summit, il più importante forum mondiale sulla moda sostenibile.

Secondo il report, le persone affette da “shopping binge” vivono un vortice di stati d’animo che passano dal senso di vuoto, alla colpa e alla vergogna: “Le persone cominciano a rendersi conto di essere intrappolate in un ciclo insoddisfacente di moda, dell’ossessione di seguire i nuovi effimeri trends e che infine la sovrabbondanza di abiti che posseggono non porta a una felicità duratura. Le marche di abbigliamento dovrebbero cambiare il proprio modello di business spostando l’attenzione dalla produzione e quantità verso la qualità e la durata”, ha spiegato Kirsten Brodde – ideatrice per Greenpeace della campagna “Detox to my Fashion”. Quello del fashion addicted è un fenomeno internazionale, ma ad essere particolarmente colpiti sono la Cina e Hong Kong.

Ma perché si acquistano così tanti capi di abbigliamento? Non perché ce ne sia bisogno – infatti la maggioranza degli intervistati ammette di possedere più abiti di quelli necessari e sa che molti non riuscirà neanche mai ad indossarli (51% Cina, 41% Germania, 53% Hong Kong, 46% Italia, 40% Taiwan) – ma per motivi sociali ed emotivi, come il sollievo dallo stress o ottenere riconoscimento dagli altri.

Un aumento della produzione che inquina. Sempre di Greenpeace il report che mostrava l’utilizzo di sostanze inquinanti da parte delle industrie tessili, sostanze che oltre a finire sulla nostra pelle sono rilasciate nell’ambiente attraverso gli scarti. Greenpeace combatte dal 2011 il mondo dell’industria tessile attraverso la campagna Detox my Fashion con la quale è impegnata, insieme a 79 marche mondiali di tessuti, per garantire un settore tessile più ecosostenibile fissando come obiettivo il 2020 per eliminare dalla catena di produzione delle industrie l’utilizzo di sostanze chimiche.

Anna Peluso Nolana di nascita, romana di adozione. Ingorda di serie TV, discreta lettrice, amante del nuoto. In generale? Ama viaggiare ma i posti che ha conosciuto sono sempre troppo pochi. Sta meglio in acqua che sulla terraferma. Un giorno spera di fare della scrittura il suo lavoro.

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