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“Rubare” un bacio? Non è violenza

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La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un medico accusato di violenza ai danni di una paziente che, stesa sul lettino, quindi in una posizione che ne ostacolava la difesa, era stata costretta a subire atti sessuali. L’uomo aveva tentato di rubarle un bacio, in particolare era stato dato rilievo al gesto “afferrare il viso della paziente avvicinandolo al proprio, leccandole il naso”, assunto come elemento costitutivo di violenza privata di cui all’art. 610 del codice penale.
Secondo la Corte non si configura siffatto reato giacché, come è spiegato nella sentenza pubblicata il 9 marzo 2016, n. 9854 “la violenza o la minaccia deve determinare una perdita o riduzione sensibile, da parte del soggetto passivo, della capacità di determinarsi ed agire secondo la propria volontà”. Dunque non ogni forma di violenza o minaccia è penalmente rilevante, ma solo quella idonea, in base alle circostanze concrete, a limitare la libertà di movimento della vittima o ad influenzare significativamente il processo di formazione della sua volontà. Nel caso di specie, pur ritenendo configurabile il reato di violenza privata, l’azione è stata considerata “assai fugace” per poter comprimere la libertà fisica della donna.

 

Quando si configura un atto sessuale violento?

Il reato di violenza sessuale è disciplinato dall’art. 609 bis c.p. e si realizza quando “chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali”. Sono, quindi, puniti tutti quei comportamenti che ledono la libertà sessuale della persona, comprendendo anche quelli che non necessariamente sfociano in un atto sessuale completo, ma che coinvolgono zone considerate erogene come ad esempio un palpeggiamento sul seno o sul sedere.
Inoltre, nel reato di violenza non è necessario realizzare un vero e proprio costringimento fisico, ma è sufficiente porre in essere atti idonei a superare la volontà contraria della persona offesa soprattutto se quest’ultima è in un contesto ambientale tale da vanificare ogni tentativo di opporre tutta la resistenza voluta e, quindi, di difendersi dall’aggressione come può essere nel caso di una condizione di dipendenza affettiva o lavorativa.

Luisa Minichiello Ironica, tenace, poliedrica. Con uno sguardo sempre volto a osservare ogni cosa da una diversa prospettiva, suggerita dalla sua perenne curiosità di riuscire a vedere oltre ciò che appare. Ama il Giappone, la lettura, la buona musica, gli occhi che hanno qualcosa da raccontare. Appassionata di psicodinamica e di grafologia. Ha maturato una propensione all’approfondimento di tematiche inerenti la criminologia e il diritto penale.

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