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The Hateful Eight: una partita a scacchi in un lago di sangue

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Uscito nelle sale appena il 4 febbraio, l’ottavo film di Quentin Tarantino ha già riscosso un successo non indifferente, come del resto era prevedibile.
Ormai gli appuntamenti al cinema con le sue pellicole sono divenuti veri e propri eventi, supportati da una martellante pubblicità anche sui social.
The Hateful Eight non ha di certo fatto eccezione.
La trama è piuttosto lineare: John Ruth «Il Boia» (Kurt Russel) sta portando a Red Rock la prigioniera Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) affinché venga impiccata. Lungo la strada s’imbatte prima nel Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), un cacciatore di taglie, e poi nel futuro sceriffo di Red Rock, Chris Mannix (Walton Goggins). Ma a causa di una tempesta i quattro sono costretti a fermarsi presso l’emporio di Minnie, dove troveranno il messicano Bob (Demiàn Bichir), il Generale Sandy Smithers (Bruce Dern), Joe Gage (Michael Madsen) e il boia Oswaldo Mobray (Tim Roth).
Il film incomincia davvero proprio nel momento in cui questi otto personaggi, gli otto ‘hateful’ si ritrovano sotto lo stesso tetto: è qui, nell’emporio, che quasi tutte le scene si svolgono. Una scelta cinematografica che già in passato si è rivelata efficace per sottolineare una certa abilità registica, basti pensare a La finestra sul cortile di Hitchcock.
La scelta dell’Ultra Panavision 70 da parte di Tarantino, in disuso dal 1966, è certamente legata anche a questo desiderio di esaltare lo spazio orizzontale e quindi l’ambientazione, che diventa protagonista tanto quanto gli otto personaggi che si muovono al suo interno.

 

Confusione e paranoia in un film che è un gioco di scacchi

Il film ricorda proprio una partita a scacchi: ognuno ha un ruolo ben preciso, pur celandolo, ognuno fa le proprio mosse per eliminare l’altro, cercando di non farsi mangiare a sua volta.
Da qui il perenne clima di paranoia, legato alla confusione circa la reale identità di ciascuno. La linea tra il vero e la menzogna si fa sottile al punto da non riuscire più a distinguere chi mente e chi dice il vero e Tarantino è un maestro nel dislocare la verità presentando allo spettatore i diversi punti di vista, proiettandolo dentro ciascuno con la stessa velocità delle pallottole del Maggiore Warren.
La scansione in capitoli non ostacola né i continui flashback tarantiniani, tantomeno l’evidente suddivisione della narrazione in due parti.
La prima è dominata ferocemente da dialoghi spietati e graffianti, tipici delle pellicole di Quentin Tarantino, che possono suonare a tratti artificiosi ai meno avvezzi, ma indispensabili tanto per preparare il terreno alla seconda parte del film quanto per equilibrarlo.

Nella seconda parte infatti, inaugurata da un brillante Samuel L. Jackson, il ritmo si fa più sostenuto e l’azione della storia emerge in modo straripante, riuscendo sempre a mantenere alta la tensione e l’attenzione dello spettatore.
È in queste scene che ci si rende conto di quanto ciascun interprete calzi a pennello al personaggio.
L’imprevedibilità vuole essere l’elemento chiave di The Hateful Eight, ma può essere letta anche come la firma di Tarantino.
Come tutti i film del regista, unici nel loro genere, anche questo lascia lo spettatore dapprima smarrito. È questo il vero genio: riuscire a tirar fuori qualcosa di totalmente diverso dalle aspettative del pubblico, arrivando al contempo a coinvolgerlo nel profondo. I film di Quentin Tarantino hanno bisogno di essere come “metabolizzati”, ma una volta che ci si immerge in essi è difficile non lasciarsi affascinare totalmente, abbandonandosi a quel desiderio di cogliere quanti più dettagli possibili.
Qui ci viene presentato un affresco dell’America crudele, tracciato principalmente attraverso due cardini, quello della giustizia e del potere. Aspetti già visti in Django Unchained sì, ma in quel caso volti a supportare il tema principale del film, ovvero la libertà.
E qui inoltre del western c’è soltanto l’estetica e la musica, grazie al maestro Ennio Morricone, con quella suspense tipica del thriller. Il resto è puro pulp.

Giulia Mirimich Amante della letteratura, aspirante giornalista con una passione smisurata per Parigi, i gatti e la pasticceria.

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