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Violenza sulle donne: 152 le vittime del 2014 in Italia

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Victim

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Ogni tre giorni in Italia una donna viene uccisa da un uomo. Quasi sempre si tratta di un uomo che diceva di amarla. Solo nel 2014 i casi di femminicidio sono stati 152.
Secondo i dati Istat di giugno 2015, sono 6 milioni 788 mila le donne che, in Italia, hanno subito nel corso della propria vita una violenza fisica o sessuale. Il 31,5% di loro ha tra i 16 e i 60 anni. Ed aumenta la percentuale dei figli che vi assistono e che, molto spesso, diventano altrettante vittime di percosse. Il 12% di queste donne non ha avuto la forza di sporgere denuncia. La violenza conosce tante sfumature, proprio come i lividi che spesso lascia.
Numerose le donne e le ragazze che si sono trovate a dover affrontare minacce e stalking da parte di ex fidanzati, situazioni poi degenerate e nelle quali in molte hanno perso la vita. Non è una fatalità dunque se nella maggior parte dei casi il carnefice è il partner o l’ex partner: l’ambiente domestico diventa un mondo parallelo, separato da quello reale, da quello che c’è fuori. La vittima inevitabilmente si isola, si chiude nel silenzio ed è l’errore più grande che possa fare.

Violenza sulle donne: cosa la scatena?

Stupri, omicidi, sevizie, percosse. Cambiano i volti delle donne coinvolte, non questi elementi. Ma c’è un fattore scatenante alla base di tali comportamenti? Si può arrivare a capire cosa succede nella testa di uomo che si scaglia contro sua moglie, sua sorella, sua madre o sua figlia? Sicuramente l’ignoranza fa la sua parte. Chi spesso, davanti a episodi del genere, si chiede se parte della responsabilità possa essere della vittima, se quest’ultima potrebbe aver in qualche modo provocato una “reazione”, o chi considera il tradimento di una donna più grave di quello di uomo, o ancora la mentalità di chi trova una sorta di giustificazione nel fatto che la vittima fosse vestita in modo provocante, diventa “complice”. In realtà non esiste attenuante davanti ad un uomo che getta del cherosene su di una donna e le dà fuoco, che aspetta di notte la sua ex fidanzata sotto casa per rapirla e seviziarla, che le punta un coltello alla gola.
Ma c’è anche un altro tipo di violenza. Quella meno visibile,  quella che non lascia segni sul corpo ma è ugualmente pericolosa, quella più difficile da riconoscere.
La violenza psicologica coinvolge il 35% dei casi di maltrattamenti sulle donne. Le vittime più colpite sono donne disoccupate, che non hanno un’indipendenza economica, che trascorrono la maggior parte del loro tempo in casa.
Quando, lentamente, si arrivano a notare atteggiamenti non sani e poco normali, difficilmente si fa qualcosa perché per una donna che ama è più semplice pensare di meritare tutto ciò piuttosto che ribellarsi, ma l’amore in questi casi non c’entra.
È inutile fare le crocerossine, è inutile illudersi di poter fare la differenza: se un uomo è violento, se non sa amare in modo sano, se non ci sa amare senza farci del male, nessuno può guarirlo, nemmeno il nostro amore.
Bisogna aprire gli occhi, bisogna fare tesoro delle esperienze delle altre donne e saper riconoscere la linea di confine tra la normalità e l’inaccettabile, per sfatare e demolire la cultura errata dell’auto colpevolizzazione che c’è nel nostro paese, perché è solo così che se ne può davvero uscire o che situazioni del genere si possano prevenire. Combattere non mette in pericolo più di quanto già non lo si è in questi casi, combattere ogni giorno permette di riacquisire, poco a poco, la propria libertà. Essenziale è quindi denunciare e parlarne: il silenzio alimenta solo la violenza.

Giulia Mirimich Amante della letteratura, aspirante giornalista con una passione smisurata per Parigi, i gatti e la pasticceria.

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