0

Violenza: va sempre verificato se la vittima sia attendibile

0
0


La Corte di Cassazione con la sentenza pubblicata il 4 marzo 2016, n. 9135 ha annullato la sentenza impugnata dall’imputato, in ordine al reato di violenza sessuale aggravata e continuata in danno della nipote, che lo condannava a 8 anni di reclusione. Invero la Corte ha rilevato delle incongruenze e imprecisioni nel narrato della persona offesa sia in ordine alla collocazione temporale degli episodi di violenza sia per la mancanza di riscontri, in quanto ricostruiti soltanto sulle generiche dichiarazioni della stessa.
Secondo la Suprema Corte i giudici di merito non hanno valutato adeguatamente, sotto il profilo dell’attendibilità di quanto dichiarato, diversi aspetti come il fatto che nessuno si sia mai accorto della ripetitività delle condotte criminose dal momento che l’uomo non era mai solo con la nipote, il quale peraltro aveva orari lavorativi piuttosto variabili e che quindi non potevano consentirgli una presenza quotidiana nell’abitazione, come invece si afferma nella sentenza impugnata, e abusare della minore. Ha poi ritenuto illogico considerare i malesseri fisici, manifestati dalla ragazzina in ambito scolastico, come indicativi di un disagio connesso ad abusi sessuali, piuttosto appaiono essere indici di una emotività spiccata tale da coinvolgere, in presenza di fattori di stress, anche la componente fisica e non solo quella psicologica. Tenuto conto di queste fattori, non è possibile esprimere con certezza un giudizio di responsabilità penale nei confronti dell’uomo, pertanto ha ritenuto opportuno annullare la sentenza di condanna e rinviare ad altra sezione della Corte d’appello per il riesame del caso.

 

Il valore testimoniale della persona offesa

 

In linea di principio la testimonianza della persona offesa può valere da sola come fonte di prova della colpevolezza dell’accusato, diversamente ne resterebbero escluse tutte quelle ipotesi in cui il reato si consuma tra vittima e reo. Tali dichiarazioni devono, però, essere “sottoposte ad un vaglio positivo di credibilità oggettiva e soggettiva” (Cass. penale sez. III, sentenza n. 4343/14).
Del resto, come già affermato anche dalle Sezioni Unite di questa Corte (41461/2012) le dichiarazioni della persona offesa che possono essere “legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigoroso rispetto a quello cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone” . Dunque l’esame testimoniale deve essere condotto con cautela, tenendo conto anche degli altri elementi eventualmente emergenti dagli atti, in modo che l’impianto argomentativo della motivazione della sentenza presenti connessioni logiche e non contraddittorie.

Luisa Minichiello Ironica, tenace, poliedrica. Con uno sguardo sempre volto a osservare ogni cosa da una diversa prospettiva, suggerita dalla sua perenne curiosità di riuscire a vedere oltre ciò che appare. Ama il Giappone, la lettura, la buona musica, gli occhi che hanno qualcosa da raccontare. Appassionata di psicodinamica e di grafologia. Ha maturato una propensione all’approfondimento di tematiche inerenti la criminologia e il diritto penale.

LASCIA UN COMMENTO

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *