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Youth, dolce e malinconico Sorrentino

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Generazioni a confronto in un grande albergo in Svizzera, nel film del 2015 di Paolo Sorrentino, dove pare che tutti stiano a riprendersi qualcosa: la salute, la comunicazione, la libertà, un sentimento, la comprensione, la realizzazione di un sogno, di un progetto.
Età diverse alla ricerca di se stessi.
Dall’osservazione dell’altro, dallo scambio verbale, da un particolare dell’atteggiamento reciproco, qualcuno troverà ciò che stava cercando, ciò che gli mancava.
E questo accade quando si è disposti e disponibili all’incontro, all’ascolto, di sé e degli altri. Quando si ha l’anima aperta.
Qualcun altro, invece, troverà da solo il proprio obiettivo, raggiungendolo.
Sempre in quello stesso luogo. Come se in quel tempo e in quello spazio, sullo sfondo dolce e magnifico di prati, boschi e montagne, col sottofondo di musiche sublimi o soltanto immaginate, fosse dato il Momento. Per chi sa coglierlo. Che è il momento di riflessione, di malinconica chiusura su un proprio pensiero, che fa poi riaprire al mondo con nuova consapevolezza.
Il ritmo è rallentato, ma non pesante; è il ritmo del riflettere, dell’attesa, della concentrazione, dell’ascolto. Il tempo della vecchiaia, ma anche del passaggio prudente, sorpreso e rapito da un’esperienza a un’altra; è l’andamento doloroso e accorto del riconoscimento della fine di una fase di vita e della possibilità di procedere verso altro.
In questo microcosmo dello stare a contatto con se stessi, anche attraverso un rinnovato rapporto col proprio corpo, sottoponendosi a cure mediche e termali, o affrontando paure e prove sportive, ciascuno sente la risonanza del mondo esterno, ognuno entra in contatto col microcosmo dell’altro, anche soltanto attraverso lo sguardo.
Lo stile di Paolo Sorrentino si riconosce: non entra approfonditamente nelle storie del singolo, lascia immaginare o ipotizzare allo spettatore i perché delle vicende e propone le conseguenze (il titolo di uno dei suoi primi film lo ricordate?), gli esiti, le scelte successive a qualcosa che a lui non importa scandagliare, perché, in fondo, non conta.

 

Sorrentino osserva la ricaduta di quello che è successo, sull’oggi degli individui

 

Mostri sacri del cinema, come Michael Caine e Harvey Keitel ci offrono un’amicizia fra due uomini diversi e disincantati. Ma accomunati dall’ironia e dalla pacatezza.
Entrambi in fuga, troveranno una soluzione diversa e inaspettata al loro vivere. L’idea che comunica Paolo Sorrentino è facile ed espressa in modo poetico e originale.
Il desiderio muove le nostre vite, il piacere di fare le cose; senza quello, si è morti, prima di morire. E l’emozione che ne deriva ci riempie e ci regala senso.
La piccola ma preziosa interpretazione di Jane Fonda dona spessore al film.
La storia ha spazio per un omaggio a Maradona e all’Arte. Alla musica e anche al cinema stesso, alla ricerca di storie, alla narrazione, alla costruzione di personaggi.
E si comprende che per Sorrentino il desiderio e l’emozione sono dati proprio da questa costruzione di storie, dal tempo e dal ritmo della narrazione.
E laddove si avverte desiderio ed emozione, sembra dirci il regista napoletano, c’è bellezza; può coinvolgere o meno, ma comunque rappresenta bellezza.

Francesca Laccetti Psicologa - psicoterapeuta, musicoterapista. Lavora con le famiglie e conduce laboratori di crescita personale con forme d'arte. Ha studiato canto, disegna e ama leggere e scrivere. Considera essenziali passione e apertura al cambiamento, per vivere bene.

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